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il futuro del giornalismo

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Mentre da noi comincia il festival di Sanremo, sotto la neve di Berlino passano i film che si giocheranno l’Orso d’Oro; i blog che si occupano di cinema sono fitti di segnalazioni entusiastiche su The ghostwriter (L’uomo nell’ombra), il nuovo thriller di Roman Polanski (che ha dovuto finire di montarlo dal carcere) tratto dal romanzo di Robert Harris, scritto prima che Tony Blair diventasse primo ministro ma in qualche modo presago di quello che sarebbe accaduto: questa la trama. Ecco i commenti di due blogger che il film a Berlino l’hanno visto: Paola Jacobbi di Vanity Fair e il team di Cineblog. Qui il trailer originale.

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Alle provocazioni di Rupert Murdoch – come si è visto non solo teoriche – sulla necessità di chiudere i contenuti dei quotidiani all’accesso gratuito, arriva in questi giorni una lunghissima e dettagliata risposta di Alan Rusbridger, il direttore del Guardian, che ne ha fatto il tema del suo intervento a un convegno in omaggio al defunto direttore del britannico Daily Mirror.  E’ la prima volta che un direttore si pronuncia nettamente a favore della partecipazione del giornalismo professionale alla vita del web, e il peso del Guardian nel mondo ne fa un intervento estremamente influente. Come sapete bene perché qui ad Alaska abbiamo usato spesso i contenuti interattivi e in tempo reale del Guardian, il quotidiano inglese ha fatto una netta scelta di campo, e sfida i colleghi a fare altrettanto. Rusbridger lo fa numeri alla mano, dopo essersi confrontato per l’ennesima volta con il settore marketing del giornale,  e sostiene che non soltanto restare aperti alla fruizione gratutita sul web alla lunga frutta di più che far pagare l’accesso ai singoli articoli, ma che i giornali prosperano come numero di lettori- e quindi come peso nel dibattito pubblico – proprio sul web, e che  in questa apertura c’è il futuro etico del giornalismo, che non deve temere di confrontarsi con le voci del web e deve far propri tutti gli strumenti del web 2.0. Per  Rusbridger, la vocazione del giornalismo professionale è quella di far parte del dibattito sociale, non solo di vendere i propri contenuti, e che le nuove possibilità offerte dal web non possono che realizzare e arricchire questa vocazione. Qui trovate la versione integrale del suo intervento (sono 21 cartelle!), nel podcast qui sotto vi propongo un riassunto e la traduzione di molti passaggi.

La canzone di oggi era “Whooping crane” di Lyle Lovett.

Ecco la puntata di oggi:

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Richard Wright è il vincitore del prestigioso Turner Prize 2009. L’artista ha presentato un’intricata composizione murale a foglia d’oro che rimarrà in mostra fino al 6 gennaio 2010. Wright, che ha 49 anni, è il più vecchio vincitore del premio dal 1991, anno in cui fu limitata a 50 anni l’età dei partecipanti. L’artista è riuscito ad imporsi sugli altri partecipanti Enrico David, Roger Hiorns e Lucy Skaer. In particolare ha sorpreso la sconfitta di Hiorns, che aveva ricoperto di rame tutte le superfici di una camera da letto, destinata così ad essere “divorata” nel corso del tempo ma allo stesso tempo a diventare anche sempre più bella. Il controverso premio, che riflette spesso l’andamento ondivago dell’arte britannica fra genio e mercato, stavolta premia un tipo di espressione che, non possiamo fare a meno di notare, ricorda il meno nobile design d’interni – non che i Timorous Beasties non siano, a loro volta, puro genio.

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Nicole Laporte di Daily Beast ha intervistato Clint Eastwood sul suo ultimo film, Invictus.

Dopo aver diretto dieci film in dieci anni, cioè dai suoi 69 anni ai suoi 79 anni, Eastwood rivela il suo segreto: non perdere tempo, rifacendosi a quello che diceva una volta all’orchestra il compositore delle musiche dei suoi film: “visto che siamo arrivati fin qui, non roviniamo tutto mettendoci a pensare”. “C’è qualcosa di vero in quelle parole”, dice il regista, seduto in maglione blu e pantaloni scuri e scarpe da ginnastica nere in una suite del Four Seasons. A vederlo di persona, il suo volto mostra più rughe che sullo schermo, e anche se lui è snello e muscoloso, ha un po’ di ciccetta sul giro vita. “Se non sai dove vuoi andare, non dovresti neanche essere lì”, dice. “Quando vedi qualcosa che ti piace dovresti essere pronto a tirare il grilletto”. E’ questa mentalità anti-ossessiva che lo ha reso il regista vivente più prolifico, che sembra sputare film uno dietro l’altro con apparente assenza di sforzo. Mentre altri vecchi statisti di Hollywood, come Martin Scorsese e Steven Spielberg, stanno trascorrendo gli anni della maturità sfornando affermazioni politiche molto mediate (vedi Munich) o epiche di gangster (come The Departed), Eastwood si tiene occupato con storie su scala modesta, come Gran Torino e Changeling dell’anno scorso, alle quali imprime il suo inconfondibile tocco sottile. E’ esattamente la qualità che ha spinto l’attore Morgan Freeman e la sua socia Lori McCreary, a chamare Eastwood a dirigere Invictus, un film su Nelson Mandela e sul suo ruolo nella coppa del mondo di rugby del 1995 in Sud Africa ispirata alla riconciliazione del paese. Il film, che è bastato sul libro Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation, di John Carlin, esce al cinema l’11 dicembre. La McCreary, che ha passato anni a fare l’adattamento dell’autobiografia di Mandela insieme a Freeman per poi decidere che era troppo onerosa, dice: “questo film potrebbe essere gestito con mano pesante, rendendo tutto o bianco o nero, mi si scusi l’espressione, ma la storia che racconta è molto più complessa, e Clint per queste cose è un genio”. Eastwood non ha avuto altra idea con Invictus - titolo di una poesia di William Ernest Henley che vuol dire in latino “non conquistabile” – che quella di girare una storia affascinante, presentando un uomo e una parte della storia, visto che il film non racconta il passato di Mandela, a parte una scena in cui Francois Pienaar (interpretato da Matt Damon), il capitano della squadra degli Springboks, visita la sua cella in prigione. Non ci sono soliloqui commoventi o canuti flashback. Molta della seconda parte del film si svolge sul campo da rugby. Alcune delle scene più intense, e quelle più rivelatrici del carattere di Mandela, arrivano sotto forma di battute delle guardie del corpo di Mandela, e in piccoli momenti come la sua abitudine di svegliarsi tutte le mattine alle quattro, infilarsi la tuta e uscire a camminare nell’oscurità che precede l’alba. Eastwood cattura stupendamente la solitudine di quei momenti, e di tutta la vita di Mandela, sia come presidente che cerca di unire una nazione amaramente divisa, che come padre e marito. Eastwood non aveva mai pensato di fare un film su Mandela prima che Freeman gli mandasse la sceneggiatura, e anche a quel punto, la sua decisione di accettare si è basata soltanto sulla possibilità di girare un buon film. “Morgan non mi ha detto che parlava di Mandela. Io l’ho letta, e ho pensato, che sequenza fantastica, è come se fosse fiction. L’ho richiamato e gli ho detto, mi piace, tu farai Mandela. E lui ha detto, questa è una cosa che molti avrebbero considerato logica. Così sono andato a parlarne a quelli dellla Warner Bros., e loro erano entusiasti quanto me. Sono tornato da Morgan e ho detto, vogliono farlo, adesso troviamo gli altri personaggi. Naturalmente, da qualche parte nella mia testa ho una certa ammirazione per le capacità creative di guida di Mandela in quel periodo, e ho pensato che potevo farcela”. Eastwood ha incontrato Mandela per la prima volta dopo tre settimane che si stava girando il film: “Siamo stati tutti un po’ con lui, ma io non sapevo cosa dire, salvo forse ‘sono un suo grande ammiratore’, le cose che gli dicono tutti. Guardandolo ho anche pensato che Morgan era veramente la persona adatta per interpretarlo”. Tutta la realizzazione di Invictus è una sorta di dimostrazione della strana efficienza di Eastwood, e di quanto egli odii indugiare sui dettagli. Le riprese dovevano durare 55 giorni e lui ne ha usati in tutto 49. Le giornate cominciavano alle nove precise e con altrettanta precisione finivano alle cinque. Nel frattempo, Eastwood ha girato un altro film, Gran Torino, nell’autunno del 2008, fra la preproduzione di Invictus e le riprese vere e proprie, e ha deciso di farne un altro ancora, basato su una sceneggiatura che Spielberg gli ha passato al festival di Cannes, un thriller soprannaturale intitolato Hereafter, al quale sta lavorando adesso. Robert Lorenz, che produce i suoi film con lui, dice che “ha molta esperienza ed è molto sicuro delle proprie capacità registiche. Sa di essere in grado di arrivare su un set e farlo funzionare. Anche se non è esattamente quello che aveva in mente, e il tempo sta per cambiare, e l’attore non gli dà la performance che lui si aspettava, lui lo fa funzionare lo stesso”. Non ci sono regole, e “sei fortunato se fa due riprese”; quando Freeman una volta gliene ha chiesta una terza, Eastwood gli ha detto: “se vuoi sprecare il mio tempo, facciamola. Io non voglio sprecare il mio tempo”. Freeman stesso racconta: “non si va da Clint a dire, parliamo un po’ del mio personaggio. Lui ti guarda e ti dice (e imita la sua voce roca e profonda): e perché?. Si aspetta che tu sappia cosa stai facendo”. La scorpacciata di film che ha dato origine a Invictus, Gran Torino, Changeling, Letters from Iwo Jima e Flags of our fathers è partita nel 2006. Lorenz dice che dopo Hereafter non ci sono altri film in agenda. “Sto leggendo delle sceneggiature”, dice, “ma spero di non trovare niente, perché sono esausto e anche se non lo ammette, è stanco anche Clint”.

Ecco il trailer di Invictus, che in Italia uscirà a febbraio.

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Rachel Glickhouse ha 24 anni, è una vivace ragazza americana che appena laureata si è trasferita per amore a Rio de Janeiro, dove vive e lavora; sapendo bene il portoghese, si gode e segnala i migliori blog del Brasile, ma spesso traduce in inglese per i suoi lettori gli argomenti principali della stampa nazionale brasiliana; vediamo cosa racconta dell’immagine del Brasile da quando si è aggiudicato le Olimpiadi del 2016.

“Il Brasile ha ricevuto un’enorme spinta alla propria immagine internazionale diventando il paese che ospiterà le Olimpiadi del 2016, ma questa è stata in verità soltanto la ciliegina sulla torta nella sua ascesa al ruolo di uno dei paesi di punta del mondo. Ora, mentre prende posto sulla scena internazionale, c’è una certa preoccupazione riguardo l’immagine che il Brasile vorrà proiettare di sé ora che il mondo gli presta attenzione. C’è qualche segnale positivo di cambiamento. L’Economist ha proposto un’edizione speciale dedicata al Brasile plaudendo al suo progresso economico, politico e sociale e sostanzialmente dichiarandolo un paese da tenere d’occhio seriamente: forse il “paese del futuro” è arrivato. Sebbene gli articoli abbiano menzionato alcune delle sfide che il Brasile si trova ad affrontare, si sono concentrati soprattutto sui suoi successi, nello specifico quelli bancari, di investimento e finanza. Questa è stata per il Brasile la benedizione internazionale, un progresso di immagine a livello diplomatico, governativo ed economico. Ma in questo grande quadro c’è molto di più. Anche se il Brasile è riuscito ad affontare la questione della sua povertà, ha ancora moltissimo da fare; è risalito nelle classifiche internazionali ma è ancora solo 75esimo nella scala dello Sviluppo Umano, dietro ad Argentina, Cile, Uruguay, Messico, Cuba e perfino il Venezuela. Nonostante il fatto che le aziende internazionali stiano sbavando dietro ai consumatori brasiliani, che stanno acquistando ogni genere di prodotti su una scala senza precedenti per via dell’aumento dei salari e del nuovo accesso al credito, essi sembrano rispecchiare quello che erano i consumatori americani prima della crisi. Possono acquistare prodotti costosi come televisori e automobili, pagando a rate, ma studi recenti mostrano che il 64 % dei consumatori pensa di usare i bonus di fine anno per pagare il proprio debito. E basta fare un giro in macchina in qualunque grande città del Brasile per vedere che la povertà cinge in una morsa ironica tutti i principali quartieri urbani. E’ chiaro che in questi settori il paese sta facendo grandi progressi, ma la sua immagine all’estero è ancora problematica. Mentre, incredibilmente, gli Stati Uniti sono diventati il paese più ammirato del mondo dopo le loro elezioni del 2008, il Brasile è rimasto al ventesimo posto ed è popolare soprattutto per ragioni culturali; la verità è che la maggior parte degli stranieri vedono il Brasile come un “paese da party” e non come una nazione seria. I turisti arrivano a frotte nelle città del litorale per via delle spiagge e con le aspettative legate al Carnevale anche quando non è il periodo giusto dell’anno. Rio de Janeiro è in gran parte quello che gli stranieri si aspettano dall’intero paese (altrimenti si aspettano una giungla) e gli stereotipi sul Brasile sono profondamente radicati. E’ l’unica ragione, immagino, per cui Rio è stata eletta miglior destinazione turistica per gay, visto che nella mia esperienza Buenos Aires è molto meglio. A Rio c’è solo un pugno di locali per omosessuali – almeno quelli destinati al grande pubblico – e giusto una porzione di Ipanema è nota perché frequentata da omosessuali. Immagino che tutto sia dovuto soltanto alla sua reputazione da festa. Il Brasile spera di poter usare le Olimpiadi per dimostrare di essere una nazione seria. Gli esperti di immagine e di branding dicono che si tratta di un’enorme opportunità per cambiare immagine invece che ricorrere ai vecchi stereotipi abusati che gli stranieri riconoscono subito. Ma per il Brasile sarà molto difficile cogliere questa opportunità, e sarà già difficile portare a termine i Giochi senza troppi problemi. Il punto di una manifestazione del genere è di mettere in mostra la cultura e la gente, non le banche e le istituzioni. Francamente non riesco a immaginare una cerimonia d’apertura con ballerini in uniformi da minatore o da operaio; invece, ci sarà un sacco di samba e di carnevale, potete scommetterci. Inoltre, il Brasile sta lottando con un altro stereotipo, quello delle donne bellissime e facili. Cosa resa abbondantemente chiara quando Puff Daddy, che di recente è stato in vacanza a Rio, l’ha chiamata “uno tsunami di culi”. Qualche sera fa, Robin Williams ha detto al David Letterman Show che Rio si è aggiudicata le Olimpiadi mandando delle spogliarelliste al comitato olimpico, e non credo che abbia intenzione di scusarsi. Non un paese dunque dove fare investimenti, ma dove fare sesso. Le Olimpiadi non sono il posto più consigliabile per ridare forma all’immagine del Brasile, visto che sarà più facile mettere in mostra la sua vibrante cultura e la sua grande scuderia di atleti di talento piuttosto che il suo progresso sociale o le sue aziende. Piuttosto, ha sette anni per migliorare in quello che sta già facendo, migliorando l’efficienza del governo e combattere la corruzione, promuovere la stablità e un’economia solida, e migliorare la propria missione diplomatica. Una vera reputazione si costruisce lentamente, non con un singolo evento”.

Le musiche di oggi erano e “Helpless” (N.Young) di Patti Smith e “Just breathe” dei Pearl Jam

Ecco la puntata di oggi:

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Dopo le notizie disordinate arrivate in questi giorni sul massiccio black-out elettrico che ha colpito diversi distretti del Brasile,ho cercato i resoconti dei blogger; naturalmente, una buona parte non potevano bloggare perché si sono ritrovati senza luce (la città più colpita è stata Rio, e il blackout ha interessato milioni di persone) e per di più – cosa che mi provoca enorme sconforto – io non parlo portoghese. Ecco allora il resoconto in inglese di uno straniero che blogga dal Minas Gerais, dove la luce non è andata via.

” Per quelli che stanno seguendo le notizie sul black-out in Brasile, ecco cosa posso raccontarvi: alla diga di Itaipu, la più grande del mondo, che produce energia per quasi tutto il sud del Brasile, si sono bloccati 18 generatori, lasciandone così attivi soltanto due, quelli che mandano energia in Paraguay.  In una intervista telefonica, i conduttori del canale Globo  hanno fatto domande incalzanti a un portavoce della diga di Itaipu, alle quali questi ha avuto ben poche risposte, dicendo che a causare il problema potrebbe essere stato il vento. La parte peggiore è che secondo questo portavoce ci vorranno due o tre giorni per ripristinare del tutto la fornitura elettrica. Resta il fatto che le sue risposte a queste domande stringenti e intelligenti  sono state straordinariamente vaghe. Io mi trovo nello stato del Minas Gerais,  nel sud-est del Brasile, e qui abbiamo ancora la luce, anche nella capitale, Belo Horizonte. Non c’è stata nessuna notizia di esplosioni di violenza o di gesti criminali. Primo aggiornamento:  Itaipu rifornisce di energia elettrica un buon 20% del Brasile. La persona che gestisce la diga – un’azienda statale – è stata nominata dal presidente Lula. Il blackout ha colpito anche la capitale, Brasilia, e diversi altri stati. Secondo aggiornamento: le forti tempeste sul fiume Paranà fanno pensare che i responsabili della diga abbiano qualche ragione quando dicono che il guasto è legato alle condizioni metereologiche.  La diga di Itaipu funziona in accordo fra Paraguay e Brasile, e il grosso dell’energia va a quest’ultimo. Inizialmente, l’elettricità è mancata anche sul lato paraguayano, ma è tornata rapidamente. Secondo l’AFB, l’energia è tornata dopo quattro ore”.

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L’artista francese Sophie Calle arriva alla Whitechapel Gallery di Londra con una mostra fantastica. Più di 120 fra amiche e colleghe hanno fornito la loro interpretazione di un’e-mail di 20 righe con cui Sophie è stata lasciata dal suo fidanzato. Fabio Barbieri è andato a vederla, leggete qui il suo racconto e ascoltatelo nel podcast di oggi qui sotto.

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Siete abbastanza grandi da ricordarvi V-Visitors, la serie televisiva degli anni Ottanta, un po’ fatta in casa, con gli alieni rettili? Ebbe un grande successo anche da noi, e si è parlato per anni di un remake moderno, con attori da cast di grande fiction americana; trovata la leader degli alieni nell’italo-brasiliana Morena Baccarin, il remake arriva finalmente sulla Abc (e su Joi) grazie agli autori originali della prima serie. Oltre a ricordarci quella riflessione di qualche giorno fa sulla “paura dell’invasione” che gli americani sublimano nella fiction e nell’ansia per la suina, quando vedrete questo trailer non potrete fare a meno di pensare che da noi in Italia i Visitors sono già arrivati da un pezzo.






Le musiche di oggi erano “Just breathe” dei Pearl Jam e “Lovestruck” degli Hush

Ecco la puntata di oggi:

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