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radio free libia

(Rio e Aya nel nuovo talkshow in inglese su Alhura)

Mentre la Libia in transizione patisce prima di tutto il problema del disarmo, e i comandanti dell’NTC di Tripoli vengono duramente criticati per aver disperso una manifestazione in città, già da prima dell’uccisione di Gheddafi si pensava a come organizzare il futuro panorama dei media indipendenti. I libici hanno vissuto per molti anni in una bolla attentamente controllata in cui si parlava solo arabo, la tv di stato e i pochi canali satellitari erano controllati dalla famiglia Gheddafi, l’inglese e le notizie dall’estero venivano fortemente censurate, e le uniche fonti indipendenti erano i citizen journalist come Mohamed Nabbous, ucciso a Benghazi poche ore prima del primo bombardamento Nato. Adesso si apre uno scenario che fa della Libia anche un nuovo mercato dell’informazione. I primi a capirlo sono stati i qatarini – il Qatar era già coinvolto nei bombardamenti Nato come supporto aereo, sta cercando di giocare un ruolo diplomatico nella risoluzione delle crisi in Siria e Yemen, ed è la patria di Al Jazeera. Come raccontava The National già a settembre, una delegazione del Doha Center for Media Freedom ha lavorato per mesi all’addestramento e riorganizzazione di reporter e blogger libici in vista della liberazione. A lavorare all’addestramento dei reporter libici anche Brian Conley di Small World News, già da marzo, che spiega il suo lavoro a Elizabeth Jackson. E ora, dopo la liberazione, il canale radiofonico di Alhura ha lanciato il primo talk show in inglese della storia della Libia, il Free Talk Show; David Mac Dougall della Associated Press ha parlato con uno dei due conduttori, Rio (qui l’audioboo originale della loro conversazione)

♫ Le musiche di oggi erano “Blue is my heart” di Holly Williams e “Miles on a car” di Rachael Yamagata

Ecco la puntata di oggi:

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l’orologio con la faccia di Gheddafi

Fra i giornalisti strettamente sorvegliati di stanza a Tripoli c’è anche Jonathan Rugman, che oggi posta per il World News Blog di Channel 4 sulla sua piccola spedizione in città alla ricerca di un souvenir pare molto popolare fra i suoi colleghi, che ammesso che tutto vada bene potrebbe diventare un cimelio: l’orologio con la faccia di Gheddafi. Ecco il suo resoconto.

Intanto in Bahrain, dove pochissimi reporter internazionali riescono a entrare perché vengono invariabilmente fermati a Doha, la repressione sul movimento per le riforme si è fatta durissima – arrestati nelle notti scorse altri blogger, medici, infermieri, avvocati, giocatori della nazionale di calcio e sindacalisti, e screditato e rimosso dall’incarico a forza di minacce il direttore dell’unico quotidiano di opposizione. Alexander Cooley e Daniel Nexon di Foreign Affairs raccontano la politica americana in Bahrain, legata alla presenza della principale base militare americana di tutto il Medio Oriente. Il silenzio Usa sulla repressione in Bahrain potrebbe essere addirittura stato offerto all’Arabia Saudita in cambio dell’ok alla no-fly zone in Libia. Cooley e Nexon spiegano che la politica delle basi Usa negli altri paesi dovrà cambiare per forza.

E anche il New York Times si è accorto del Bahrain: Clifford Krauss posta oggi dal villaggio di Saar sulla stretta del regime, dopo aver partecipato ieri ai funerali di Sayed Mahfood.

♫ La canzone di oggi era “Rebel di Lauryn Hill nella versione degli Arabian Nightz

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just like a woman

Sei giorni fa una donna di nome Eman el-Obeidi è comparsa all’improvviso, livida e sanguinante, nella hall di un albergo che ospita i giornalisti internazionali accreditati a Tripoli. Ha raccontato loro la sua storia, di come fosse stata detenuta per due giorni con la forza, e violentata da 15 uomini di Gheddafi. La polizia libica l’ha subito arrestata, e da quel momento di lei non si sa più nulla. I suoi parenti la difendono pubblicamente, mentre la tv di stato libica l’ha ritratta come una “prostituta”. Su Twitter è in corso una campagna di richieste per la sua liberazione. Amy Goodman ne discute con la giornalista egiziana Mona Eltahawy in questo transcript di una tramissione di Democracy Now!.

Fra i quattro reporter del New York Times arrestati ad Ajdabiya dal regime libico, picchiati e spostati di città in città per sei giorni per poi essere rilasciati il 21 marzo sul confine tunisino, mentre il loro giornale li cercava negli ospedali e negli obitori, c’era anche una fotoreporter, Lynsey Addario. A pochi giorni dalla sua liberazione, Lynsey riflette su cosa significa essere una donna che fa il suo mestiere in teatri di guerra (questo post viene pubblicato su Lens, che è il blog di fotografia e visuals del NYT, che vi consiglio caldamente).

Oggi manifestazioni in Siria, in Yemen, in Egitto, in Tunisia, in Bahrain – seguite quello che ci raccontano i nostri tweep sul Twitter di Alaska.

♫ La canzone di oggi era “Human condition” di Joan as Policewoman

Ecco la puntata di oggi:

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carne e ossa

Sul Twitter di Alaska potete seguire gli aggiornamenti dalla nostra rosa di twitterer (attivisti e reporter) in Libia, Egitto, Tunisia, Bahrain, Arabia Saudita, Yemen (e Siria, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Marocco, Algeria, Iran).

Nel torbido silenzio che ha circondato Tripoli nei primi giorni della rivolta, Gheddafi e i suoi avevano chiarito che i giornalisti stranieri in Libia che non si fossero presentati ai commissariati sarebbero stati considerati “fuorilegge”. Lunedì (tre giorni fa) è accaduto un episodio senza precedenti: Feras Killani (giornalista palestinese con passaporto siriano), Goktay Koraltan (cameraman turco) e Chris Cobb-Smith (giornalista inglese) – tutti e tre sul posto per la BBC – sono stati arrestati e torturati dalle forze di Gheddafi. L’ottimo Peter Beaumont ha postato ieri sera tardi da Tripoli per il Guardian per raccontare la loro storia.

Al momento di postare, arriva la notizia dalla Libia che è sparito anche Ghaith Abdul-Ahad del Guardian, che stava raccontando da due settimane cosa succede nell’ovest libico, e viaggiava insieme ad Andrei Netto di Estado.

Domani si prepara a manifestare anche il Qatar. Dal punto di vista della copertura giornalistica, molti analisti pensano che il movimento in quel paese potrebbe rappresentare una bella gatta da pelare per Al Jazeera, che sta facendo un lavoro eccellente sulle rivolte arabe ma in Qatar ha la propria sede centrale e soprattutto gran parte del proprio finanziamento. Un primo accenno di indipendenza, giudicato molto favorevolmente su Twitter, la tv araba l’ha dimostrato qualche giorno fa raccontando la storia di Sultan al-Khalaifi e denuciandone la sparizione secondo le indicazioni fornite da Amnesty International e da altre associazioni per i diritti umani. Sultan, blogger del Qatar molto attivo sui diritti umani, è sparito il 2 marzo, le circostanze del suo arresto non sono state rese note e il timore è che possa venire torturato. Qui due resoconti sul suo caso, quello di ALJ, e quello della Rete Araba per l’Informazione sui Diritti Umani.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

Ecco la puntata di oggi:

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ma twitter fa paura?

La situazione in Libia sta trovando un contesto internazionale (già avviati perfino i contatti fra il nuovo consiglio municipale di Benghazi liberata e l’Onu), e con ogni probabilità anche qualche infiltrazione di interessi internazionali nella rivolta popolare; intanto il quadro sul campo da una parte si svela gradualmente rispetto al buio dei primi giorni, con l’arrivo dei giornalisti internazionali (Abc e Bbc ieri hanno pure intervistato Gheddafi dopo aver sorvolato Tripoli – deserta – in elicottero), dall’altra sobbolle di questioni ancora senza risposta, come la fisionomia della futura leadership, il destino dei lavoratori stranieri in Libia (alcuni dei quali senza passaporto), la questione delle armi (la rivolta a Tripoli è ancora disarmata, ma sembra attendere rinforzi armati da Benghazi per il confronto finale con le forze di Gheddafi). Man mano che passano i giorni è diventato evidente che la crudezza, la complessità, la frammentazione geografica della situazione libica e la minor penetrazione dei social media (16%) faticano a tradursi (anche per motivi di sicurezza) in un resoconto costante e diretto come è invece per l’Egitto (dove oggi è attesa una nuova manifestazione per la caduta di Shafiq, la riforma completa del gabinetto degli Interni e la liberazione dei prigionieri politici, dopo diverse tensioni fra movimento e polizia nei giorni scorsi). In queste ore la rete si accende di riflessioni su se stessa. Molti esperti si interrogano su quale ruolo abbiano concretamente Twitter e Facebook nelle rivolte arabe del 2011, e oggi vi propongo alcuni punti di vista. Intanto il regista Jigar Mehta ha chiesto di poter riordinare tutti i materiali della rivoluzione egiziana (come già fatto con video e foto qui) secondo alcune tag che gli permettano di ricomporli in ordine cronologico in un gigantesco documentario – il suo #18daysinEgypt potrebbe essere il più grande esempio fin qui di “reportage partecipativo”. Sarah Kessler lo ha intervistato.

Valeria Bosco riporta per Global Voices in Italiano alcuni pareri circolati in rete sul ruolo dei social media nelle rivolte. Global Voices stesso è impegnato in una richiesta dalla Francia a Facebook perché venga garantito pieno accesso ai materiali – diventati storici – della rivolta tunisina. Peter Beaumont del Guardian, attentissimo osservatore della vita dei social media, racconta la sua verità sul ruolo che secondo lui hanno svolto nelle rivolte di queste settimane, con un po’ di distinguo.

♫ La canzone di oggi era “Razzi arpia inferno e fiamme” dei Verdena

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venerdì santi

(la mappa delle città liberate e quelle da liberare – a stanotte – dalle fonti web, via Andrew Sullivan qui)

Oggi è una giornata di grande tensione per la Libia, si tenterà di manifestare a Tripoli, stretta nella morsa della paura e pattugliata da giorni dai mercenari e ultima vera roccaforte da liberare, con l’apporto di rinforzi della rivolta che arrivano da altre città già liberate. A Tripoli sarà fondamentale che riescano ad arrivare le televisioni, e i reporter di tutto il mondo che stanno riuscendo ad arrivare dalle città liberate. Mentre la Nato si gratta il capino pensando se intervenire militarmente – la linea è vediamo se se la cavano da soli, sennò interveniamo, intanto cerchiamo di non pensare a cosa significa se non dovessero cavarsela da soli… – in Libia c’è bisogno, molto più che di armi di cui purtroppo si dispone in abbondanza, di cibo e medicinali – e rispetto. Stamattina Ghonim, fra i leader della rivolta egiziana, ha twittato: “Noi non siamo schiavi. Noi non accettiamo dittature. Noi siamo la nuova generazione del Mondo Arabo. Noi siamo LIBERI!”

Su Twitter, dove staremo accampati tutto il giorno, prevale la cabala speranzosa del venerdì, giorno di festa e tradizionalmente giorno di preghiera, di veglia e di lotta nei paesi in rivolta, e il giorno in cui sono caduti Ben Ali e Mubarak. E’ venerdì di manifestazione (un po’ tesa) anche a piazza Tahrir al Cairo, e naturalmente nella instancabile Lulu, la rotonda della Perla a Manama in Bahrain, 30mila manifestanti sono riuniti davanti all’università di Sana’a in Yemen, e i servizi di sicurezza iracheni avrebbero sparato stamattina contro una manifestazione a Baghdad.

Ormai Radio Popolare sta riuscendo a trovare diverse voci dalla Libia, pareri e analisi interessanti (seguite i Gr, i microfoni aperti, Esteri delle 18), perciò noi restiamo nel nostro. I materiali di oggi sono stati rigorosamente reperiti dai Twitterer, quando non creati direttamente da loro: ci hanno postato questo racconto di Paul Schemm della AP ripreso dal canadese Albuquerque Journal, con il racconto di come si sta autogovernando Benghazi liberata. Una delle twitterer della nostra rosa, @Anjucomet, vero nome Anjali Kamat (già bravissima sul Cairo) ci racconta cos’ha visto a Tobruk liberata, via Democracy Now! E rimbalza dappertutto su Twitter il post del Telegraph (Robert Winnett) sul presunto congelamento dei beni di Gheddafi da parte degli inglesi.

♫ La canzone di oggi era “Sign o’the times” di Prince

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cosa brucia

In sintesi, sul Twitter di Alaska tutte le ultime da una rosa di twitterer libici e di 14 reporter stranieri ora su suolo libico (una sintesi della giornata ogni giorno a Esteri alle 18 insieme a Chawki Senoucci). Il più avanzato dei reporter su territorio libico, l’unico a Tripoli finora, è (e non sorprende) il più grande giornalista esperto di Medio Oriente, Robert Fisk, qui il suo post da Tripoli per l‘Independent, mentre la città ancora in mano a Gheddafi si prepara, con terrore, alla manifestazione di domani, e Benghazi e le altre città liberate si armano per difendersi. Intanto per una visione d’insieme, Amy Goodman intervista il romanziere e attivista libico Hisham Matar, per il quale la fine di Gheddafi è vicina, e si stava preparando da tanto tempo.

♫ La canzone di oggi era “How I wish I knew how it would feel to be free” di John Legend & The Roots

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scuola di rivolta

(il messaggio del Bahrain, foto Asan Jamali via In Focus via Nomfup)

Le informazioni dalla Libia si fanno via via più chiare. Il professor Mattawa di cui vi riferivo ieri sostiene che ragazzi che offrono la propria vita per liberare il paese stanno offrendo la prova estrema di come si supera la paura – l’incantesimo della paura che avvolge una generazione dopo l’altra sotto i dittatori. Siccome invece, nei commenti politici e giornalistici italiani, di paure e distinguo sulla rivolta libica sembra ce ne siano ancora molte, mi sembra che possiamo almeno dire che se un ragazzo o una ragazza di 18 anni in Libia è disposto a MORIRE per liberare il suo paese dalla dittatura, per avere libertà e rispetto, per far parte del mondo, il minimo che dobbiamo loro è di avere un po’ meno paura a nostra volta, specialmente visto che stiamo a guardare in poltrona. Tutte le fonti di Radio Popolare e i nostri contatti via Twitter confermano che la rivolta in Libia, anche se più diffusa, frammentata e sanguinosamente repressa rispetto a quella egiziana, presenta gli stessi schemi di responsabilità e auto-organizzazione di pza Tahrir: nessuna razzia o vandalismo sulle proprietà, presidi e checkpoint autorganizzati, pane gratis, medicine gratis, esuli che tornano dall’estero per affiancarsi alla rivolta, servizi civici e ronde di quartiere, raccolta e messa in sicurezza delle armi raccolte per strada o abbandonate dai militari, organizzazione laica, bassissima età anagrafica e consulti continui con i saggi dell’opposizione: professori, medici, architetti, avvocati, poeti, scrittori, maestri di scuola, intellettuali. A Tobruk e Benghazi bruciate molte sedi istituzionali, l’est resta saldamente in mano alla rivolta; all’indomani del discorso folle e sanguinario di Gheddafi, si teme per il destino di Tripoli, dove nella notte si è continuato a sparare. Reporter stranieri continuano ad affluire in Libia dall’apertura del confine con l’Egitto, sempre più racconti di prima mano anche su Twitter e di preziose fotografie. Manifestazioni di solidarietà con la rivolta ogni giorno davanti ai consolati libici nel mondo: Milano, Roma, Washington (davanti alla Casa Bianca), Londra, e perfino Dubai, dove manifestare non è propriamente cosa gradita e hanno occupato il consolato.

Intanto in Bahrain, dopo la manifestazione a Lulu di ieri con 100mila persone (equivalente a un settimo della popolazione totale del paese) sono stati liberati (come promesso tre giorni fa) 23 prigionieri politici, fra questi anche Ali Abdulemam, dal cui sito era partita tutta la mobilitazione (come vi raccontavo qui). Riferisce Amira Al Hussaini per Global Voices.

L’Egitto, su pressione del movimento, ha aperto il confine con la Libia, fa rientrare gli egiziani espatriati (1 milione) e accoglie i profughi libici, ha piantato tende di volontari su suolo libico, inviato 25 ambulanze verso le città dell’est, e allestito tre ospedali da campo sul confine per i feriti libici. Intanto piazza Tahrir si è riempita anche ieri all’inverosimile per chiedere la fine della legge di emergenza e la liberazione dei prigionieri politici (una pressione sull’esercito che sta gestendo la transizione). Era il giorno giusto per il movimento 25 Gennaio per mettere online una risorsa stupenda, quasi 10mila fra foto e video della rivoluzione organizzati in un archivio consultabile da tutti, che si chiama iam25jan, “io sono il 25 gennaio”. Fra le mille, vi propongo la voce di Nawal al Sadaawi, medico e attivista ottantenne, lo splendido volto incorniciato dalla trecce candide, che a Tahrir prima della caduta di Mubarak raccontava la differenza di questa rivoluzione rispetto a tutti quello che aveva visto lei protestando contro re Farouk, Sadat e Nasser.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

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le armate della notte

Non vi mostro le foto, atroci, della strage di manifestanti a Benghazi due giorni fa. Delle fosse comuni in cui sono stati trovati i corpi, sfigurati, di quasi 100 militari libici che avevano disertato. Delle vittime del bombardamento di ieri sulla gigantesca manifestazione di Tripoli che ieri stava marciando pacificamente verso il palazzo di Gheddafi. Nonostante Twitter (potete seguire i nostri contatti qui), la verità è che in un momento così importante della storia della Libia e di tutta l’area, siamo ancora completamente al buio. Sappiamo troppo poco del movimento, di come si è organizzato nelle città, e naturalmente troppo poco dell’esito degli atti di repressione sulla protesta diffusa. A Tripoli ieri niente luce né acqua né telefoni né connessioni. Solo oggi qualche inviato straniero riesce ad entrare nel paese. Solo stamattina in radio stiamo cominciando a capire quanti morti ci sono stati soltanto durante il raid aereo di ieri.

Global Voices in Italiano fa sintesi di alcuni filoni di messaggi di ieri via Twitter e facebook – uno riguarda cosa c’entra l’hashatg #Berlusconi con la Libia. L’altro quello delle foto e dei video - crudi, bui, confusi – che i microblogger libici sono riusciti a postare avventurosamente fin adesso.

Democracy Now! (radio e sito web della sinistra radicale americana) sta facendo un gran lavoro sui paesi arabi, a cominciare dai tweet di Salif Kouddous dal Cairo che abbiamo tanto seguito nelle scorse settimane. Oggi posta un’intervista (audio e testo) con il poeta e studioso libico Khaled Mattawa, professore associato di letteratura inglese all’Università del Michigan. Mattawa spiega perché, comunque vada a finire, la Libia sta cambiando per sempre.

Last minute mentre sto postando: Jamal Elshayyal di Al Jazeera è appena riuscito a raggiungere Sidi Barani, confine fra Egitto e Libia – qui il live blog in inglese di ALJ.

♫ La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash

Ecco la puntata di oggi:

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