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grovigli dell’informazione

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Come si temeva già da luglio dell’anno scorso, la bozza “litigata” del ddl sulle intercettazioni (adesso anche nel mirino dell’Osce per la sua minaccia alla libertà di stampa) rischia con il “comma 28″ di equiparare i blogger privati (che non sono registrati come testata “responsabile”) ai blog giornalistici, con tanto di obbligo di rettifica delle informazioni entro 48 ore pena multa fino a 12 mila euro. Qui cosa dice, fra i tanti, Bruno Saetta.

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Il Post riprende una riflessione del Wall Street Journal sull’illusione di twitter nell’organizzazione delle manifestazioni dela “rivoluzione verde” in Iran l’anno scorso contro la rielezione di Ahmadinejad. Proprio vero che fu il social network a far riunire le persone nelle strade?

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BP: nulla di decisivo dal discorso di Obama di stanotte, salvo quello che vi avevo anticipato nella puntata di ieri (e i Democratici dicono che non ha spinto abbastanza sulla lezione sull’energia pulita implicita nel disastro della BP, i Repubblicani dicono che ha spinto troppo). Nel frattempo: seguita in diretta via twitter su diversi blog, si è tenuta ieri l’udienza esplorativa del Congresso con i presidenti delle cinque grandi aziende petrolifere – BP, Shell, Exxon, Chevron e Conoco; un bel fulmine ha colpito la nave di trivellazione che sta cercando di contenere la perdita nel Golfo provocando un incendio, rientrato in serata, operazioni riprese; il nuovo studio scientifico commissionato dalla Casa Bianca e divulgato ieri sera dice che la perdita è fra i 35 mila e i 60mila barili di greggio al giorno; un operatore telefonico del centralino BP a Houston dice, restando anonimo, che il centralino è falso e le migliaia di segnalazioni quotidiane da parte di comuni cittadini non vengono riferite a nessuno (naturalmente la BP nega); Mac McClelland per Mojo è andato a visitare uno dei centri di pulizia e recupero dei pellicani bruni a Fort Jackson in Louisiana (con foto). Sempre Mac fa un’altra delle gite non autorizzate dei corrispondenti di Mother Jones su una spiaggia dove sono in corso le operazioni di pulizia: accompagnato dal suo ex professore di letteratura, scopre alcune cose inquietanti - un delfino morto, il petrolio raccattato con gli asciugamani, e soprattutto le squadre sotto contratto per la BP gli fanno presente che “non c’è bisogno di vedere queste cose in fotografia”. Jason Linkins per Huffington Post trascrive i dialoghi di un video fra il visitatore- giornalista Scott Walker e un rappresentante della BP su una delle spiagge contaminate.

♫ Le musiche di oggi erano “Quello che non c’è” di Afterhours e “Trouble” di Ray Lamontagne

Ecco la puntata di oggi:

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abbiamo sbagliato tutto

(Ap via Huffington Post)

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Le notizie sul fronte occidentale non sono buone: in attesa che Obama incontri Tony Hayward della BP martedì prossimo alla Casa Bianca, e mentre anche l’Inghilterra (patria della BP) ha deciso di aprire il portafogli, circolano voci sempre più insistenti sulle dimensioni immense della perdita di petrolio, e a proposito di pellicani da salvare il Post ci racconta del dilemma dei veterinari: gli uccelli avvelenati vanno uccisi?

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Visto che nessuno vuol dire apertamente cosa ci sta insegnando una volta per tutte il disastro della BP, andiamo a sentire cosa si racconta a un convegno in corso all’università dell’Havana; per il presidente dell’Accademia Cubana delle Scienze, capitalismo e tutela dell’ambiente sono semplicemente inconciliabili. (vi traduco qui sotto nel podcast il post di Orfilio Pealez per Repeating Islands)

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Nell’ultima parte vi presento il blog di Mama Sudafrica, l’altra metà dei mondiali di calcio su Radio Popolare insieme a Patapalla che vi ho presentato ieri.

♫ Le musiche di oggi erano “Cavallo bianco” di Marco Iacampo e “Creeping coastline of lights” di Mark Lanegan

Ecco la puntata di oggi:

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salvare il mondo un pellicano alla volta

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(una nube di sabbia si leva dalle barriere, a East Grand Terre Island, in Louisiana – via New York Times)

Abbiamo parlato qualche puntata fa dello spericolato attivista neozelandese di Sea Shepherd Pete Bethune, crociato contro la caccia alle balene, detenuto in Giappone per essere processato per l’assalto a una nave baleniera. La novità è che la stessa Sea Shepherd con un comunicato del 4 giugno prende le distanze da Bethune e lo abbandona al suo destino. Il motivo? Bethune avrebbe violato il divieto di tenere armi a bordo (arco e frecce) e la politica non-violenta dell’associazione. Sea Shepherd dice di voler aiutare Bethune al processo ma che l’attivista non sarà più considerato un membro dell’associazione. Secondo Jason Stewart, che era imbarcato insieme a Bethune sulla Ady Gil, Sea Shepherd aveva sempre saputo delle armi a bordo. Nel frattempo il blog di Sea Shepherd aggiorna sul processo di Bethune con grande calore.

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In attesa che The Cove arrivi al cinema e in dvd anche in Italia, Il Post ci racconta qualcosa su come Tokyo ha preso questo documentario sui delfini. Offesa all’immagine del paese del Sol Levante. E’ una bella storia, anche perché è bella la storia di Ric O’Barry – addestratore del delfino Flipper e animatore dei parchi acquatici – che un giorno ha cambiato vita.

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Per quello che riguarda il Golfo del Messico, la situazione continua a evolversi. Mentre Obama dice alla Nbc che se avesse lavorato per lui il direttore della BP Tony Hayward sarebbe già stato licenziato – per via dei suoi infelici commenti all’indomani del disastro (tipo “rivoglio indietro la mia vita”, o – alle obiezioni sull’uso di sostanze chimiche per disperdere il petrolio – “tanto l’oceano è grande”), salta fuori che nella abituale vita del Golfo ci sono perdite fisiologiche di diversi pozzi. MotherJones fa una mappa che cerca di raccontare “chi possiede il Golfo” – agghiacciante - nella quale linka anche un bizzarro quiz su quali nomi di famose band musicali vengono usati per dare i nomi ai pozzi. Kurt Cobain non sarebbe tanto contento di sapere che uno si chiama Nirvana. Stanotte è arrivata una comunicazione di tronfio ottimismo della BP che dice che “in breve tempo” la perdita sarà ridotta a “poco più di un rivolo”. Quando? Be’, “non domani, non la prossima settimana”. Intanto giovedì si vota al Senato americano per la riduzione dei gas serra, non si sa come andrà. Obama minaccia di usare il suo diritto di veto per respingere il voto contrario dei Repubblicani, ma nel frattempo ha riaperto le trivellazioni esplorative in acque basse. Kate Sheppard racconta che ieri un gruppo di senatori democratici ha introdotto una proposta per conferire alla commissione d’inchiesta sul disastro BP il potere di emettere mandati di comparizione alle parti da interrogare.

Intanto le “piume” di petrolio sono state avvistate fino a 150 miglia dal luogo della perdita (col terrore di quello che accadrà quando arrivano gli uragani) e i veterinari stanno lavorando – pellicano per pellicano, tartaruga per tartaruga – per pulire quanti più animali possibile. Le associazioni mediche e ornitologiche chiedono a tutti di dare un contributo economico attraverso le donazioni. Il lavoro è lento, faticoso, a volte frustrante. Bisogna lavare la bocca di ogni tartaruga (qui la storia della tartaruga Kurt), pulire, scaldare e reidratare ogni volatile, fare shampoo a bestiole spaventate. Con la consapevolezza che il salvataggio di un singolo esemplare può fare la differenza per le specie più a rischio. Il dottor Nelson, veterinario, blogger e autore di un libro che racconta la sua esperienza, ha postato due giorni fa per ringraziare tutti i suoi colleghi che stanno lavorando sulle spiagge.

♫ Le musiche di oggi erano “Paralyzed” dei Crash Test Dummies e “Whooping crane” di Lyle Lovett

Ecco la puntata di oggi:

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non solo pulisci, ma ci spieghi

(il capitano Preston Morris mostra le mani piene di petrolio mentre raccoglie campioni di superficie il 19 maggio – via Huffington Post)

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Tanti sono gli aggiornamenti sulla situazione BP/macchia di petrolio dopo la puntata di ieri che ci torniamo anche oggi. Vi ho messo qualche aggiornamento in coda al post precedente, ma oggi esploriamo i link e c’è qualche altra novità.

La fotografia che vedete qui sopra fa parte di una galleria che ha pubblicato ieri sera Huffington Post. Sono scatti che vanno dal 12 al 19 maggio. Potete vedere come la macchia di petrolio si presenta alla bocca del Mississippi, dove le acque del mare aperto si incrociano con quelle del fiume; gli esperti che raccolgono i campioni nelle provette; gli attivisti di Greenpeace che stanno protestando a Londra (la BP è inglese); le misure di emergenza per contenere l’arrivo della macchia sulle coste di Louisiana e Alabama, sacchi di sabbia calati dagli elicotteri, salsicciotti di contenimento a pelo dell’acqua; gli animali coperti di petrolio, i veterinari che cercano di ripulirli.

Nel frattempo ieri sera è arrivata da NPR la notizia che il Congresso ha ingiunto alla BP di trasmettere le immagini della fuoriuscita di petrolio 24 ore su 24 via webcam. E’ evidente che per l’opinione pubblica una cosa è vedere su YouTube un video registrato di 3 minuti della fuoriuscita e altra cosa è rendersi conto che quel getto sta fuoriuscendo in continuazione da un mese, tanto più dopo che gli esperti, come vi raccontavo ieri, hanno stabilito che si tratta di una massa di petrolio 15 o 20 volte più grande di quanto affermato dalla BP. Da stamattina le immagini dovrebbero vedersi sul sito della Commissione della Camera dei Deputati; peccato che in questo momento la pagina della Commissione non sia attiva (ieri funzionava), forse stanno caricando il video, riprovate.

E ancora: salta fuori che 6 ore prima dell’incidente la squadra esterna che doveva effettuare il test acustico delle pareti di cemento dell’impianto si era licenziata, facendosi riportare a riva a proprie spese, perché la BP non voleva chiudere l’impianto. Sei ore dopo la Deepwater Horizon è esplosa uccidendo 11 lavoratori. Lo riporta Thom Hartmann e ve lo traduco nel podcast qui sotto. Lo conferma David Hammer del Times-Picayune di New Orleans, addentrandosi nei dettagli complicatissimi dell’ispezione dei punti di sigillo nelle giunture delle pareti di cemento, e avanzando l’ipotesi che il pozzo non fosse nemmeno costruito secondo i progetti originari. Qui c’è anche uno schema ingrandibile di come è costruito il pozzo.

Peter Overby di National Public Radio posta oggi sul fatto che l’organismo nazionale che norma le trivellazioni offshore, la MMS,  adesso è di nuovo sotto scrutinio (traduco una sintesi qui sotto nel podcast)

Il Post sintetizza le riflessioni del New York Times sul conflitto d’interessi che si è creato nella normativa dopo il disastro della Exxon Valdez. Chi sporca pulisce, ma non è così semplice.

♫ Le musiche di oggi erano “Walking in the sun” di Fink e “Cavallo bianco” di Marco Iacampo

Ecco la puntata di oggi:

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