Alaska XL #24 | The Sisi issue

El-Sisi1

Un generale in divisa annuncia in diretta sulla tv di stato che darà le dimissioni da Ministro della Difesa del governo a interim e da militare, conditio sine qua non per candidarsi alle elezioni presidenziali, annuncio che avviene contestualmente. Il comunicato sulla sua candidatura appare sulla pagina Facebook dell’esercito. Poche ore dopo, dopo mesi di attesa, vengono annunciate le date delle elezioni: 26 e 27 maggio, con eventuale ballottaggio (probabilmente superfluo perché i sondaggi danno el Sisi al 51%) il 16 e 17 giugno. E’ l’Egitto tre anni dopo la rivoluzione, nel consolidamento di un percorso raramente contestato da alleati e paesi finanziatori. In Italia pochissime testate se ne occupano, come se dal destino democratico dell’Egitto non dipendesse quello dell’intera regione. Oggi voglio farvi conoscere meglio “la nuova faccia della vecchia guardia”, prodotto ad hoc per il nuovo corso di uno degli eserciti più potenti del mondo, regista di un ministero degli Interni affatto riformato e ancora sanguinario. Perché per fortuna sul web qualcuno che sa raccontarlo c’è.

1

Foreign Policy ha dipinto l’incertezza di un paese senza guida, avviato su “un cammino rovinoso”, alla vigilia dell’annuncio della candidatura di el Sisi.

♫ “Nostalgia (Wallander theme)” di Emily Barker

Ecco la prima parte di oggi:

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2
La BBC ha affidato a Robert Springborg del King’s College il compito di tracciare un profilo del maresciallo un tempo quasi sconosciuto che si prepara a diventare presidente dell’Egitto.

♫ “Helpless” (Neil Young) di kd Lang

Ecco la seconda parte di oggi:

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3

Fra i media indipendenti che lottano per sopravvivere in un’atmosfera di intimidazione, Mada Masr prosegue il suo lavoro online di informazione e contesto: qui il loro profilo di el Sisi, qui quello del nuovo Ministro della Difesa che lo sostituirà, Sedki Sobhi; qui un ritratto di come sta prendendo forma la campagna elettorale di el Sisi. Qui alcune delle reazioni dopo l’annuncio della candidatura. Qui Foreign Policy dopo l’annuncio,

♫ “The classic” di Joan as Policewoman

Ecco la terza parte di oggi:

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4

Veniamo ai nemici di Sisi e alle forze della società civile, traumatizzata dalle divisioni e dalla repressione, che si contrapporranno alla sua idea di “stabilità e sicurezza”. Qui Matt McBradley per il Wall Street Journal racconta il ribollire degli scioperi dei lavoratori. Il blogger Alaa Abd El Fattah è libero su cauzione soltanto da una settimana, ma ha già ripreso a pieno ritmo la sua attività di mobilitazione. Qui il suo appello perché Ahmed Maher del movimento rivoluzionario 6 aprile, suo vicino di cella nel carcere di Tora, ottenga le cure mediche che gli servono, e qui Fast Company si chiede cos’è che rende questo blogger tanto pericoloso per le autorità egiziane. In carcere ci sono ancora i giornalisti dell’ondata della “guerra al terrore”, e il Daily Beast ha deciso di scrivere la storia di Abdullah el-Shamy, arrestato a Rabaa lo scorso agosto mentre stava lavorando e in sciopero della fame da mesi.

♫ “Nobody knows the trouble I’ve seen” di Sam Cooke

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #3 | provocanti

amanda palmer future

Grazie perché state visitando questo blog in tantissimi, oggi una ricognizione fra materiali molto diversi fra loro (aggiornamenti sull’NSA compresi), cominciando da un post di quest’estate che avevo trovato straordinario e che forse qualcuno di voi non conosce ancora.

The killer inside me

Riguarda il femminicidio, e lo ha scritto un uomo, Christian Raimo, mettendosi in discussione in modo molto coraggioso e dimostrando che per affondare nella complessità della questione abbiamo bisogno, sì, di scrittori – forse ancor più che di cronaca e di discussione politica. Lo ha pubblicato sull’online di Europa il 24 agosto, e contiene anche alcuni link utili per dare contesto alle sue argomentazioni.

♫ “Wise up ghost” di Elvis Costello & The Roots

Ecco la prima parte di oggi:

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Sinéad, Miley, e Amanda

Una querelle straordinaria a colpi di lettere fra donne di spettacolo di tre generazioni ha risollevato una serie di questioni sull’immagine del corpo delle donne. Tutto comincia con la musicista irlandese Sinéad O’Connor, 47 anni, che prima sul suo blog e subito ripresa dal Guardian, scrive una lettera alla giovanissima Miley Cyrus, 21 anni, teen idol americana (l’ex Hanna Montana), dopo che questa aveva dichiarato di ispirarsi al look radicale con testa rasata della Sinéad giovane per il suo nuovo look e l’immagine molto più aggressiva. In buona sostanza, con un tono molto fermo ma affettuoso e materno, Sinéad si dissocia e anzi mette in guardia Miley dallo sfruttamento del suo corpo a cui sarebbe costretta dal suo staff (a gestire i lucrosi affari di Miley sono i suoi genitori), staff che non avrebbe a cuore il suo bene, e dai pericoli dello show business. Parla per esperienza, naturalmente, e scrive molte cose sagge, ma sembra concludere che a) la giovane Miley sia interamente manipolata da avidi adulti anziché lucida regista del proprio marketing, e b) che l’unico modo perché il corpo di una donna non venga strumentalizzato sia di non esporlo. Dal canto suo, la giovane Miley sbaglia tutto e le risponde in modo denigratorio, retwittando alcuni vecchi tweet che Sinéad aveva postato due anni fa quando era in pieno esaurimento nervoso. Sinéad le risponde sprezzante: “prendertela con me è quasi più stupido che comportarti come una prostituta e chiamarlo femminismo”, e ancora: “Non ti fa onore rispondere in quel modo a qualcuno che ha espresso preoccupazione per te. Ed è ancora peggio che tu sia un tale strumento anti-femmine in un’industria musicale anti-femmine. Spero che ti sveglierai e ti renderai conto che per le donne sei un pericolo”. Ma al di sopra dello scambio fra le due si leva la voce speciale di Amanda Palmer, 37 anni, performer molto fisica, super femminista, americana, a metà fra la generazione di Sinéad e quella di Miley, che alle battute sessiste e pruriginose del Daily Mail inglese aveva recentemente risposto scrivendo una nuova canzone e spogliandosi sul palco riuscendo a mettere in ridicolo l’insensata attrazione per le “tette” (la grande teorica del giornalismo digitale, Emily Bell, aveva commentato quel video così: “Palmer wins the internet”). Cresciuta con la musica di Sinéad, Amanda le chiede con molto rispetto se non sia giusto immaginare, almeno come utopia, che ogni donna faccia del proprio corpo ciò che crede, ma fa molto più di questo: Alessandra Neve ha tradotto la lettera di Amanda Palmer per noi. In questi giorni, sempre sul suo blog, Amanda ha creato un gioco (con un’aggiuntina in coda di suo marito, lo scrittore Neil Gaiman) lanciando una galleria fotografica delle donne straordinarie del mondo dello spettacolo che creano con grande successo pur non avendo un’immagine femminile convenzionale – o, come dice lei, le rare che hanno trovato l’equilibrio perfetto. Alla fine, Miley resta sullo sfondo, quasi solo come un pretesto, e il vero confronto di opinioni avviene fra due artiste radicali e serissime che non a caso arrivano entrambe dalla musica di strada.

♫ “The bed” di Amanda Palmer

Ecco la seconda parte di oggi:

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NSA

Wikileaks, che ha pagato le spese per l’avvocato di Snowden, ce l’ha a morte con Greenwald e il Guardian che secondo loro lo stanno sfruttando per i loro scoop senza proteggere i whistleblower (per farvi un’idea della veemenza, date un’occhiata alla timeline di @Wikileaks degli ultimi giorni). Dal canto suo, Greenwald sembra sotto processo ogni volta che va in tv, e mentre i server dell’NSA traslocano in un nuovo edificio nel deserto dello Utah afflitto da misteriosi cali di tensione, la commissione d’inchiesta sull’NSA al Parlamento Europeo ha dato lettura pubblica il 30 settembre di un messaggio scritto di Edward Snowden da Mosca, letto da Jesselyn Radack e ascoltato dai parlamentari col fiato sospeso (qui il testo). Fra tutti i fiumi d’inchiostro virtuale con cui si sta combattendo a colpi di scoop e di varie letture delle ultime rivelazioni sulla raccolta dei dati da parte della National Security Agency, Alessandra Neve ha scelto di tradurre per noi il pezzo di Bruce Schneier per il Guardian della settimana scorsa, che parte dalla rivelazione degli attacchi al sistema di protezione Tor  (qui il link originale, e qui i documenti originali NSA su Tor pubblicati dal Washington Post).

♫ “Don’t get too close” di Nathaniel Rateliff

Ecco la terza parte di oggi:

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Ritorno al futuro

Quinn Norton è andata in visita al Museo della Stasi di Berlino, forse il miglior promemoria esistente di cosa significhi la sorveglianza di regime. Lo ha fatto con un’amica americana che lavora nel campo della sicurezza web, e ha scritto un racconto bellissimo per Medium, che oggi vi traduco in diretta.

♫ “Stay young” degli Okkervil River

Ecco la quarta parte di oggi:

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e non era tutto

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Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.

Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.

Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.

Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.

E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.

PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post  e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.

La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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social media editor addio

 

Due giorni fa l’annuncio dell’imminente passaggio del social media editor della Reuters, Anthony DeRosa, alla startup Circa, e ieri sera tardi l’annuncio dei nuovi incarichi per due dei più famosi social media editor del mondo, Liz Heron (ex New York Times) e Neil Mann (ex SkyNews), entrambi al Wall Street Journal. La sparizione del nome di “social media editor” dalla definizione dei loro nuovi incarichi ha generato qualche battuta sulla morte di questa figura, anche se a giudicare dalla fusione degli incarichi social e mobile in nuove diciture sugli “emerging media” si tratterebbe invece di un segnale di ulteriore integrazione, ormai naturale, fra news social, news tradizionali e fruizione delle testate su piattaforme mobili. Intanto però BuzzFeed qualcosa da dire sulla morte del social media editor ce l’ha. Il post originale di Rob Fishman, rilanciato ieri sera dal Journalism Fest, ve lo traduco qui sotto nel podcast ma lo trovate qui.

Ecco la puntata di oggi:

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i giochi di Atene

(foto di Milos Bicanski/Getty Images)

Oggi è venerdì, e sulla nostra timeline di Twitter continuiamo a seguire le notizie dai paesi arabi che ci mandano i nostri tweep. In Bahrain ieri ancora un’altra condanna per un manifestante pacifico di Lulu, quella a 4 anni di carcere per il capocannoniere della Coppa Asiatica di calcio 2004, Alaa Hubail, di cui vi avevo raccontato la storia qui. Intanto sia la Cnn che SkyNews oggi trasmetteranno in diretta da Damasco, e per oggi è stata indetta via facebook la giornata di blogging per la Siria.

Oggi però dedichiamo qualche spunto di riflessione alla crisi greca, prima con l’opinione di Simon Nixon del Wall Street Journal raccolta da Il Post, che confuta alcuni luoghi comuni sul disastro economico del paese, e poi con il racconto di Daniel Howden dell’Independent, ex corrispondente dalla Grecia che è tornato a vedere come stanno le cose sette anni dopo la sua ultima visita.

♫ La canzone di oggi era “Is it done” di J Mascis

Ecco la puntata di oggi:

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dalla rete alla strada

L’accampamento tecnologico nel cuore di piazza Tahrir, febbraio 2011.

E il fotografo David Degner ha fotografato il contenuto degli zainetti dei ragazzi che manifestavano nei 18 giorni della rivoluzione di piazza Tahrir.

Amira al Hussaini (@JustAmira), del Bahrain, instancabile capo della divisione Medio Oriente di Global Voices, è stata al Cairo in questi giorni per il Young Media Summit 2011 – un’occasione per bloggare in gruppi, ma soprattutto per vedere le strade di cui finora si era occupata solo in modo virtuale. Qui un suo racconto insolitamente personale.

Abbiamo parlato molto del “lato oscuro” dei social media e delle nuove tecnologie, che aiutano le rivolte ma anche la loro repressione. Il Wall Street Journal, meglio di tutti gli altri, esamina nel dettaglio le questioni legate all’utilizzo di Skype (appena acquistato da Microsoft) per spiare attività illegali e organizzazione delle rivolte.

Al D9 di due giorni fa in California, il presidente di Twitter, Dick Costolo, ha annunciato la partenza del nuovo servizio Twitter di photosharing – finora gli utenti usavano servizi esterni come Twitpic, Yfrog e Flickr, e il nuovo impegno di Twitter sulla condivisione di fotografie comporterà nuovi inserzionisti e nuove necessità di verifica dei contenuti – qui l’anticipazione che faceva martedì Charles Arthur del technology blog del Guardian.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, la #twitterevolution di Milano e l’avvio ai referendum.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

Ecco la puntata di oggi:

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la cura

Prima annunciato, poi votato: il parlamento del Bahrain ha deliberato l’estensione dello stato di emergenza per altri tre mesi, dopo la scadenza naturale del 15 giugno del primo periodo di tre mesi proclamato lo scorso 15 marzo, che aveva coinciso con l’ingresso nel paese delle truppe saudite. Questo significa che il Bahrain sarà sotto stato di emergenza almeno fino al 15 settembre. Qui il breve riassunto del Daily News del Golfo, con una spiegazione: prolungare lo stato di emergenza significa prolungare la possibilità di processare gli attivisti e i comuni civili accusati di “tradimento” e di applicare la legge marziale.

Il Centro per i Diritti Umani del Bahrain sottolinea da giorni che nella lunga lista di medici e infermieri arrestati per aver curato i civili durante gli scontri di Lulu, ci sono anche pregiati specialisti che nel sistema sanitario del Bahrain non hanno omologhi o possibili sostituti – intere specialità mediche sono attualmente scoperte. E’ di stamattina la notizia che alla lista degli arrestati si aggiunge anche la dottoressa Raja Kazim, presidente dell’Ordine dei Dentisti del Bahrain. Pochi minuti dopo, la conferma che sotto la legge marziale 50 dei medici attualmente sotto arresto verranno processati per tradimento. Come si può dedurre dalle condanne di qualche giorno fa, rischiano la pena di morte. Sia il Wall Street Journal che l’inglese The Independent raccontano la storia e intervistano alcuni medici sulla militarizzazione dell’ospedale di Salmaniya. Qui Joe Parkinson, il primo fra i reporter occidentali a scrivere di questa notizia, e qui Jeremy Lawrence, che si occupa di salute e medicina per l’Independent, in cui raccoglie anche l’opinione estremamente allarmata di Médicines Sans Frontières

Come abbiamo visto nei giorni scorsi, la repressione della famiglia reale sui manifestanti di Lulu investe tutti i settori della società, centinaia di persone hanno perso il lavoro da quando è entrato in vigore lo stato di emergenza, e i sindacati vengono schiacciati o disciolti, tanto da aver suscitato nei giorni scorsi una forte reazione di solidarietà da parte dell’unione dei sindacati americani, che cercando di fare pressione sul proprio governo perché faccia buon uso della sua posizione privilegiata in Bahrain per fare pressione sulla famiglia reale. Qui la lettera dei sindacati del Bahrain in occasione del 1° maggio, pubblicata dal blog del Socialist Workers Party.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe. Oggi al Cairo la firma del nuovo accordo fra Hamas e Fatah.

♫ La canzone di oggi era “La cura” di Franco Battiato

Ecco la puntata di oggi:

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strategia e paranoia

Oggi tre storie di strategia e paranoia, due dai paesi arabi e una dal nostro.

Tamer el-Ghobashy ha incontrato negli Stati Uniti per il Wall Street Journal i giovani leader del movimento egiziano 6 aprile, tra i propulsori della rivolta di Tahrir, che stanno cercando di mettere le basi per un dibattito nazionale sulle riforme all’indomani della rivoluzione. Qui il suo post con le interviste. Intanto Nadia Idle e Alex Nunns hanno pubblicato un libro sui tweet da piazza Tahrir, Tweets from Tahrir.

In Bahrain, Mahmood analizza insieme ai lettori del suo blog una questione che si sta facendo molto seria, quella delle conversazioni al cellulare spiate dal regime e dalla polizia. Se all’inizio i suoi amici che chiedono di spegnere il telefono e rimuovere la batteria anche per la più banale delle conversazioni gli sembravano paranoici, si è accorto che ormai non è difficile sorvegliare qualcuno anche con app indipendenti e fatte un po’ in casa.

Qualche giorno fa, una reporter americana, Barbie Latza Nadeau, che scrive per Newsweek dall’Italia, ha raccontato di aver ricevuto a casa la strana visita di un poliziotto dopo aver attaccato le volgarità di Berlusconi sulle donne e aver scritto delle veline di Striscia la notizia, tanto da stare un po’ abbottonata sul tema al successivo Forum Internazionale sulle Donne a New York. Anche se da prendere con le pinze (perché quella che è stata notificata a Nadeau è una delle tante querele per diffamazione che ricevono i colleghi italiani), qui il suo post per il Daily Beast, così come se lo stanno leggendo i suoi lettori americani.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain.

♫ Le musiche di oggi erano “Riverside” di Agnes Obel e “Eden” dei Subsonica

Ecco la puntata di oggi:

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grovigli dell’informazione

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Come si temeva già da luglio dell’anno scorso, la bozza “litigata” del ddl sulle intercettazioni (adesso anche nel mirino dell’Osce per la sua minaccia alla libertà di stampa) rischia con il “comma 28″ di equiparare i blogger privati (che non sono registrati come testata “responsabile”) ai blog giornalistici, con tanto di obbligo di rettifica delle informazioni entro 48 ore pena multa fino a 12 mila euro. Qui cosa dice, fra i tanti, Bruno Saetta.

*

Il Post riprende una riflessione del Wall Street Journal sull’illusione di twitter nell’organizzazione delle manifestazioni dela “rivoluzione verde” in Iran l’anno scorso contro la rielezione di Ahmadinejad. Proprio vero che fu il social network a far riunire le persone nelle strade?

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BP: nulla di decisivo dal discorso di Obama di stanotte, salvo quello che vi avevo anticipato nella puntata di ieri (e i Democratici dicono che non ha spinto abbastanza sulla lezione sull’energia pulita implicita nel disastro della BP, i Repubblicani dicono che ha spinto troppo). Nel frattempo: seguita in diretta via twitter su diversi blog, si è tenuta ieri l’udienza esplorativa del Congresso con i presidenti delle cinque grandi aziende petrolifere – BP, Shell, Exxon, Chevron e Conoco; un bel fulmine ha colpito la nave di trivellazione che sta cercando di contenere la perdita nel Golfo provocando un incendio, rientrato in serata, operazioni riprese; il nuovo studio scientifico commissionato dalla Casa Bianca e divulgato ieri sera dice che la perdita è fra i 35 mila e i 60mila barili di greggio al giorno; un operatore telefonico del centralino BP a Houston dice, restando anonimo, che il centralino è falso e le migliaia di segnalazioni quotidiane da parte di comuni cittadini non vengono riferite a nessuno (naturalmente la BP nega); Mac McClelland per Mojo è andato a visitare uno dei centri di pulizia e recupero dei pellicani bruni a Fort Jackson in Louisiana (con foto). Sempre Mac fa un’altra delle gite non autorizzate dei corrispondenti di Mother Jones su una spiaggia dove sono in corso le operazioni di pulizia: accompagnato dal suo ex professore di letteratura, scopre alcune cose inquietanti - un delfino morto, il petrolio raccattato con gli asciugamani, e soprattutto le squadre sotto contratto per la BP gli fanno presente che “non c’è bisogno di vedere queste cose in fotografia”. Jason Linkins per Huffington Post trascrive i dialoghi di un video fra il visitatore- giornalista Scott Walker e un rappresentante della BP su una delle spiagge contaminate.

♫ Le musiche di oggi erano “Quello che non c’è” di Afterhours e “Trouble” di Ray Lamontagne

Ecco la puntata di oggi:

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esorcismi

Kertesz-Newspapers

(Andre Kertesz, 1944)

Dopo le notevoli discussioni sollevate dal discorso di accettazione del premio Nobel per la Pace ieri a Oslo di Barack Obama, che attengono in parte al merito del Nobel in sé, e in parte alla sua difesa dell’esistenza del concetto di “guerra giusta”, vorrei proporvi come spunto il post del commentatore politico inglese Michael Tomaski, che riflette sulla natura complessiva del suo discorso.

“L’intervento di 36 minuti di Barack Obama per il Nobel non passerà alla storia come uno dei suoi più grandi discorsi, ma mi ha colpito come il più suo più interessante da molto tempo, o forse da sempre. A seconda dei momenti storico, politico o teologico, Obama ha parlato di argomenti come la riconciliazione del desiderio di pace con la necessità a volte di ingaggiare una guerra, dell’importanza della non-violenza così come delle sue mancanze e dei suoi fallimenti, e altre Grandi Domande. L’ho trovato ammirevole nel non dare esattamente quello che volevano sentirsi dire né al suo pubblico europeo di sinistra né al suo pubblico americano. E’ stato un discorso molto complicato, particolarmente duro da seguire per alcuni. A me le sfumature piacciono, ma non si può dire che facciano impazzire le masse. “I miei successi sono deboli”, ha riconosciuto subito Obama, prima di offrire la seconda e più importante ammissione che tutti attendevano. Sì, ha detto, sono il capo di stato di una nazione che oggi è coinvolta in due guerre, una che si sta esaurendo (detto con ottimismo) e l’altra che non abbiamo scelto noi (una affermazione con cui molti di coloro che lo ascoltavano potevano non essere d’accordo). Avrebbe potuto continuare con una serie di banalità per autogiustificarsi dell’escalation programmata per l’Afghanistan. Non che George Bush avrebbe mai potuto ricevere il Nobel, ma lui avrebbe fatto proprio così, come gli abbiamo spesso sentito fare nell’arco di otto anni – giustificazioni di parte, sofistiche e intellettualmente deboli, smodatamente sulla difensiva verso le malvagie elite liberali (una retorica di cui i conservatori non si stancano mai). Naturalmente qui l’autogiustificazione era, in parte, la motivazione di Obama. Ma il suo discorso è andato molto più in profondità. Ha evitato, in gran parte, di fare balletti sulle questioni spinose o di andare in cerca di simpatie. “Io sono responsabile dei soldati”, ha detto in quella che è stata la frase forse più franca e urticante del suo discorso. “Alcuni di loro uccideranno. E alcuni di loro verranno uccisi”. E lungi dall’usare questa occasione per cercare di spostare l’opinione pubblica europea o internazionale a favore della guerra in Afghanistan, Obama ha parlato a lungo della necessità della guerra nella ricerca della pace. “Gli strumenti della guerra”, ha detto, “hanno un ruolo nel preservare la pace”. E’ da notare che, per quanto ho osservato io, il discorso è stato interrotto dagli applausi dei presenti soltanto una volta, quando Obama ha detto “l’America deve restare un portabandiera nel modo di condurre le guerre”. Si tratta naturalmente di una frase anti-tortura, e il pubblico ne avrebbe voluto di più. Ma allo stesso tempo, non è stato nemmeno un discorso pensato per alzare i sondaggi a favore di Obama in America. Egli può aver citato Richard Nixon e Ronald Reagan come costruttori di pace, ma nel discorso anche la destra avrà trovato parecchio da attaccare per la destra. E un attacco diretto a Bush era furbamente travestito da critica verso i jihadisti: “Quando si è veramente convinti di realizzare una volontà divina, allora non si sente il bisogno della misura”. Dunque, se il discorso non era inteso a compiacere un pubblico internazionale, e neanche per aiutare politicamente Obama a casa sua, a cosa serviva? Be’, qua c’è quello che mi piace di questo tizio. Forse il discorso era pensato per… essere sincero su come vede il mondo, e sincero col mondo e con i posteri sulle complessità che ci troviamo ad affrontare. Immaginatevi un po’. Ci sono tutta una serie di critiche da fare alle decisioni di Obama in materia di politica estera, e le sue mosse principali – riequilibrare il Medio Oriente, negoziare con l’Iran, e naturalmente raddoppiare le forze in Afghanistan – possono ancora fallire. Ma almeno abbiamo un leader che riflette, e che è intellettualmente onesto, e che non insulta la nostra intelligenza. Questo costituisce già un qualche tipo di vittoria.”

*

Abbiamo tanto seguito la vicenda Murdoch contro Google, e la questione del futuro dei giornali se i contenuti continueranno ad essere disponibili gratis online attraverso i motori di ricerca. Nel frattempo la trattativa fra Murdoch e Microsoft per trovare un’alternativa conveniente si è fermata, e una delle testate di Murdoch più importanti al centro di questa controversia, il Wall Street Journal, ha ospitato nei giorni scorsi una contro-risposta del presidente di Google, Eric Schmidt. Non risponde a una delle questioni cruciali poste da Murdoch – quella della frammentazione che elimina il contesto culturale  e l’accostamento delle notizie fra di loro – ma ha il pregio di porre piuttosto chiaramente la visione di come potrebbero mettersi le cose in futuro.

“E’ l’anno 2015. Lo strumento compatto che ho in mano mi porta il mondo intero, una storia alla volta. Sfoglio i miei giornali e le mie riviste preferite, le immagini nitide come se fossero stampate, e non devo diventare matto ad aspettare che si carichino. Ancor meglio, questo strumento sa chi sono, cosa mi piace, e quello che ho già letto. Così mentre ricevo tutte le notizie e i commenti, vedo anche degli articoli commisurati ai miei gusti.  Passo da una storia sulla sanità del Wall Street Journal a un pezzo sull’Iraq dall’egiziano Al Gomhuria, tradotto automaticamente dall’arabo in inglese. Batto col dito sullo schermo, dicendo così al cervello dello strumento che si trova al di sotto che ha azzeccato il suggerimento. Alcuni di questi articoli fanno parte di un pacchetto abbonamenti mensile. Alcuni, quando l’anteprima gratuita mi cattura, costano pochi centesimi che vengono addebitati sul mio conto. Altri sono disponibili senza costi, che sono coperti dalla pubblicità. ma queste pubblicità non sono richiami statici a prodotti che non userei mai. Come le notizie che sto leggendo, sono studiati su misura per me. Gli inserzionisti sono disposti a spendere molto per questo tipo di specificazione del target. Questo scenario è lontano da dove ci troviamo oggi. La tecnologia attuale – in questo caso il prestigioso giornale che state leggendo – può essere relativamente vecchio, ma è un modello di semplicità e di velocità se paragonato all’esperienza delle notizie online di oggi. Posso voltare le pagine molto più rapidamente nell’edizione fisica del giornale di quanto possa fare sul web. E ogni volta che ritorno su un sito, vengo trattato come uno sconosciuto. Perciò, quando penso all’attuale crisi dell’industria della stampa, comincio da qui: una tecnologia tradizionale che lotta per adattarsi a un nuovo mondo distruttivo.  E’ una storia familiare: il declino della circolazione dei giornali è cominciato con l’arrivo della radio e della televisione. le prime vittime sono state le edizioni pomeridiane dei quotidiani. Poi l’avvento dei notiziari 24 ore su 24 ha trasformato i contenuti dei giornali del mattino in notizie vecchie. Ora Internet ha spezzettato il pacchetto delle notizie in articoli che si leggono uno per uno, raggiunti attarevrso un  blog o un motore di ricerca, e abbandonati se non c’è un buon motivo per continuare a leggere una volta finito l’articolo. E’ quello che fra addetti ai lavori siamo arrivati a chiamare l'”unità atomica di consumo”. Per quanto questo sia doloroso per i giornali e le riviste, la pressione sui loro ritorni pubblicitari da Internet sta causando un danno anche maggiore. una volta, la scelta che avevano di fronte gli inserzionisti che volevano fare pubblicità sui clienti di  San Francisco era fra una pagina sul Chronicle o una sull’ Examiner. Poi è arrivata Craigslist, che rende possibile vedere gratuitamente le inserzioni, seguita poi da eBay e dai siti specializzati. Adesso i motori di ricerca come Google collegano gli inserzionisti direttamente a quei clienti che cercano quello che loro vendono. Con guadagni oscillanti e risorse diminuite, i dirigenti frustrati dei giornali stanno cercando qualcuno a cui dare la colpa. Molta della loro rabbia è diretta a Google, che molti dirigenti pensano si prenda tutti i benefici di questo rapporto commerciale senza dare molto in cambio. I fatti, però suggeriscono altrimenti. Google è una grande fonte di promozione. Noi mandiamo online a chi pubblica notizie un miliardo di click al mese da Google News e più di tre miliardi di visite extra provenienti da tutti gli altri nostri servizi, come Web Search e iGoogle. Questo significa  100,000 opportunità al minuto di guadagnarsi dei lettori leali e di generare profitto – e gratis. In termini di copyright, un’altra delle pietre dello scandalo, noi mostriamo solo un titolo e un paio di righe dell’articolo a cui si riferisce. Se i lettori vogliono continuare a leggere devono cliccare entrando nel sito del giornale, e fanno eccezione soltanto gli articoli che ospitiamo attraverso un accordo di licenza con alcune agenzie di stampa. E se lo desiderano, gli editori possono togliere i loro contenuti dal nostro indice di ricerca, o da Google News. Anche sostenere che stiamo facendo grossi profitti sulle spalle dei giornali equivoca la realtà.  nel lavoro di ricerca, noi guadagnamo principalmente dalle pubblicità di prodotti. Qualcuno digita “fotocamera digitale” e gli escono delle pubblicità di fotocamere. Una ricerca di notizie tipica – per esmepio sull’Afghanistan – può dare origine ad alcune pubblicità. Il guadagno generato dalle inserzioni che compaiono accanto ai risultati delle ricerche è solo una minuscola porzione dei nostri guadagni dal motore di ricerca. E’ comprensibile che si cerchi qualcun altro a cui dare la colpa. ma , come ha detto Rupert Murdoch, è la compiacenza dei monopoli del passato, non la tecnologia, ad aver davvero minacciato l’industria dell’informazione. Riconosciamo, comunque, che una crisi della raccolta di notizie non è soltanto una crisi che riguarda l’industria dei giornali. Il flusso di informazioni accurate, di punti di vista diversificati e di analisi vere e proprie è cruciale al pieno funzionamento di una democrazia. Riconosciamo anche che che è stato difficile per i giornali guadagnare dai loro contenuti online. ma proprio come non c’è un’unica ragione per gli attuali problemi dell’industria, non esiste un’unica soluzione. Noi vogliamo lavorare con gli editori per aiutarli a costruire un pubblico più ampio, per coinvolgere di più i lettori, e per guadagnare di più. Raccogliere questa sfida significherà usare la tecnologia per sviluppare nuovi modi per raggiungere i lettori e trattenerli più a lungo, e anche nuovi modi per raccogliere denaro combinando accesso gratuito e accesso a pagamento. Credo anche che richiederà un cambiamento di tono nel dibattito, il riconoscimento che dobbiamo lavorare tutti insieme per realizzare la promessa del giornalismo nell’era digitale. Google vuol fare la sua parte e fa sul serio. Stiamo già testando, con più di trenta partner importanti dell’industria dell’informazione, un servizio che si chiama Google Fast Flip. la teoria – che nella pratica sembra funzionare – è che se rendiamo più facile leggere articoli, le persone ne leggeranno di più. I nostri partner editoriali riceveranno la maggior parte dei guadagni generati dalle pubblicità che accompagneranno gli articoli. Non c’è nemmeno una scelta obbligata, come invece sembrano sostenere alcuni giornali, fra l’accesso a pagamento per i contenuti online e l’accessibilità attraverso i motori di ricerca. Si possono avere entrambe le cose. Questo è un inizio ma insieme possiamo muoverci verso quel gadget di fantasia che ho descritto all’inizio. L’accelerazione nella sofisticazione e nella proprietà dei cellulari offre un enorme potenziale. Man mano che sempre più di questi cellulari si connettono a Internet, diventano e-readers, offrono articoli, contenuti finanziari e pubblicità. Questi telefoni sanno dove sei e possono offrire informazioni rilevanti dal punto di vista geografico. In futuro ci saranno più notizie, più commenti, più opportunità di discussione, non di meno. I giornali migliori hanno sempre offerto uno specchio alle comunità che li leggono. Adesso offrono ai loro lettori un luogo digitale dove riunirsi e parlare. E proprio come abbiamo visto diversi modelli di pagamento per la tv man mano che aumentava la scelta e venivano coinvolti nuovi fornitori di servizi, credo che assisteremo a un processo analogo con l’informazione. Potremo facilmente vedere un accesso gratuito per contenuti di massa finanziato dalla pubblicità accanto a un sistema di abbonamento e di pay-for-view per i contenuti che hanno un pubblico più di nicchia. Di certo non credo che Internet significhi la morte dell’informazione. Attraverso l’innovazione e la tecnologia, essa può perdurare con nuovi profitti e nuova vitalità. Il video non ha ucciso la stella della radio, ha creato un’intera nuova industria in più”.

Le musiche di oggi erano “I’ll take care of you” di Mark Lanegan e “Little lion man” di Mumford and sons

Ecco la puntata di oggi:

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