Bretagna: una ‘strana’ crociera

 

Il 22 e il 23 giugno scorso si è svolta la 36° edizione della crociera di Pen Bron dal porto di La Turballe a quello di Arzal, in Bretagna. Circa 6 ore di navigazione. La peculiarità di questa manifestazione è che delle più di 1.000 persone imbarcate 200 erano disabili, ognuna assistita da una accompagnatrice o da un accompagnatore, provenienti da diversi istituti di Francia oltre a coloro non ospedalizzati.
L’idea nasce 36 anni fa dalla passione per la vela del dr. François Moutet, allora direttore del centro di riabilitazione di Pen Bron. Unire il mondo della vela, dei marinai, con quello dei disabili.
L’intuizione di Françoise Moutet poggia su due forti convinzioni: la prima, che possiamo definire etica, afferma che le persone disabili hanno diritto ad un loro reale posto nella società e che i medici e tutto il personale sanitario hanno il dovere di creare le migliori condizioni umane e sanitarie perché possano raggiungere questo obiettivo. La seconda, altrettanto potente, che possiamo definire “medico-professionale”, è sintetizzata nell’intervista, riportata alla fine della trasmissione: “tutti noi invecchiamo e un giorno saremo anche noi disabili, quindi più creiamo dei legami sociali e dei modi di vita solidali più penso che migliorerà la qualità di vita di tutti”.
La crociera diventa quindi una forma di terapia: due giorni su barche “normali” cioè non adattate, impone ai disabili e agli abili di verificare: ai primi le proprie capacità motorie o meglio la ricerca del limite che ha sempre come esito un nuovo limite e, ai secondi, di agire sempre in stretta relazione con l’altro.
Il dr. Patric ha raccontato una storia commovente ed entusiasmante e chiude il suo racconto con la magia e il messaggio che viene dalla “Pen Bron”: vivere insieme nello stesso spazio facendo le stesse cose porta le persone a scoprire risorse e capacità, conoscenze e sensibilità speciali e insospettabili.

www.croisiere-penbron.com

 

 

Estate sull’Alpe di Siusi

D’estate il sole sembra avere una particolare predilezione per l’Alpe di Siusi, il più grande alpeggio d’Europa. Un vero e proprio regalo per escursionisti, ciclisti e amanti della montagna in ogni suo aspetto. Le proposte sono molteplici, a partire dal Running Park Alpe di Siusi: 20 tracciati circolari ben bilanciati e segnalati con distanze e difficoltà differenti con una lunghezza totale pari a 180 km. Per i cultori del pedale tra Val Gardena e Alpe di Siusi si snodano numerosi percorsi per mountain bike, raccolti insieme ai dati del tour e ai roadbook sul portale http://mtb-dolomites.com. In alternativa si può sperimentare il “Tour dei rifugi Alpe di Siusi“, un viaggio alla scoperta di baite e malghe che lungo il percorso offrono ottime pietanze altoatesine. Chi invece ama farsi guidare alla scoperta della flora e della fauna, degli aspetti geologici e socio-culturali delle Dolomiti può invece partecipare alle escursioni guidate al Parco Naturale dello Sciliar-Catinaccio , mentre chi predilige itinerari tematici, in solitaria o con esperti conoscitori del luogo, trova sull’Alpe di Siusi tour notturni, gite tra i fiori e passeggiate in compagnia di una delle streghe che popolano le leggende fiorite sullo Sciliar (leggende in cui si narra che il massiccio era il luogo di incontro delle streghe, alcune malefiche ed altre buone, come la strega Marta, che cura le persone grazie alle erbe di montagna). Tra tutte queste opzioni Corinna ha scelto di raccontarci la sua esplorazione dell’Alpe a cavallo di una e-bike
noleggiata da Gasko , che a Siusi mette a disposizione mountain bike elettriche, proponendo anche dei tour guidati (170 euro per 3/4 persone, bici incluse). Per una camminata con il cane Corinna ha deciso di salire in quota con la cabinovia di Siusi (il costo è di 18 euro a persona, i quattro zampe viaggiano gratuitamente ma è richiesta la museruola) e da qui imboccare il Sentiero Hans e Paula Steger che permette di ammirare il paesaggio dell’Alpe, snodandosi tra pascoli e prati in fiore, con uno stupendo panorama del Sassolungo e del Sassopiatto. Per un approfondimento sulle erbe Corinna ha raggiunto il maso Pflegerhof , il primo a coltivare erbe biologiche in Alto Adige. Qui ci sono oltre 80 diversi tipi di piante, poi raccolte, essiccate e trasformate in tisane, condimenti, cosmetici e cuscini di erbe. Infine, per una sosta ristoratrice, la dritta è di puntare Malga Gostner, dove Franz Mulser gestisce un caseificio dove ogni giorno lavora 140 litri di latte, producendo yogurt, formaggi e burro…

https://www.suedtirol.info/it

https://oltreilbalcone.com/

 

 

Alpi Orobie

Le Alpi Orobie sono una catena montuosa della Lombardia che si sviluppa per 75 km, nettamente demarcata tra il lago di Como a ovest, il profondo solco della Valtellina a nord e quello della Valcamonica a est. La catena culmina nel Pizzo di Coca (3052 m), al limite tra le province di Sondrio e di Bergamo. I circa 70.000 ettari del Parco delle Orobie bergamasche rappresentano una delle più estese aree protette ad elevata naturalità della Lombardia. Il Parco comprende gran parte del versante meridionale delle Orobie, con imponenti rilievi montuosi che si stagliano fino a oltre 3.000 metri di altitudine ed estese vallate percorse dai fiumi Brembo, Serio e Dezzo, che solcano rispettivamente le Valli Brembana, Seriana e di Scalve; le numerose valli laterali regalano scenari sorprendenti e talora incontaminati. Il territorio è assai vario: su queste montagne si trovano infatti estesi boschi, praterie di vario tipo che ospitano flora e fauna di elevatissimo interesse, rupi e ghiaioni pure popolati da specie rare e talora endemiche. Se in inverno rappresentano un ottimo spunto per tutti gli sportivi amanti della neve, le Orobie, durante la bella stagione, permettono invece di avventurarsi alla volta dei suoi sentieri segnalati che conducono in cima alle sue vette, luogo ideale per gli amanti dell’escursionismo pronti ad immergersi nelle zone più selvagge dove, tra laghi, torrenti e cascate, si possono fare incontri ravvicinati con marmotte, stambecchi, camosci ed aquile. Uno degli itinerari più intriganti, come ci racconta Beno, alpinista e ‘indigeno’ dello Orobie, è il Pizzo di Scotes (2978 mt). Per altezza è solo la quinta cima di questa catena, ma è anche la più interessante in quanto a panorama glaciale. Dalla sommità di questa elegante piramide tronca si domina sia il più esteso ghiacciaio delle Alpi Orobie, quello del Lupo, sia quello che per la pittoresca crepacciata ne è stato eletto a simbolo, ovvero la Vedretta di Porola. Inoltre le montagne alle spalle di Bergamo, con le loro rupi, cascate e guglie – come ci conferma la biologa e naturalista Valentina Scaglia – sanno regalare sorprendenti angoli selvaggi. Addentrarsi al loro interno vuol dire compiere un viaggio nel passato, tra dolomie e calcari scolpiti nel tempo in forme irreali. E furono questi scampoli di territorio selvaggio ad offrire al mitico Pacì Paciana un habitat sicuro e immune alle retate della polizia. Per i valligiani il Paci’ (al secolo Vincenzo Pennacchia), da loro ribattezzo “ol padru’ dèla val brembana”, è il simbolo della giustizia, un paladino degli oppressi. Per altri invece era un bandito crudele e spregiudicato. A inizio Ottocento aveva eletto la Val Brembana a scenario delle sue scorrerie, e la sua figura è stata consegnata ai posteri ammantata di mistero. Una storia la sua nella quale i confini tra realtà e leggenda si confondono, alimentando un mito che oggi trova espressione in diversi ambiti artistici…

 

Nervi: la riviera di Genova

 

Nervi è uno scampolo di Genova, nella parte più orientale della città e si affaccia su una scogliera lungo la quale si snoda una romantica passeggiata di due km intitolata ad Anita Garibaldi.
Le alture a ridosso del mare garantiscono a Nervi un clima particolarmente gradevole, che la rese meta di villeggiatura di tur
isti facoltosi, provenienti soprattutto dal Nord-Est Europa e dalla Russia, per svernare nei periodi più freddi e curare la tubercolosi, grazie all’aria di mare. A cavallo dei secoli XVII-XVIII-XIX anche la nobiltà genovese e la borghesia scelsero Nervi come zona residenziale, facendo edificare magnifiche ville. A testimonianza della Belle Époque resta anche viale delle Palme con i suoi edifici in stile Liberty. E’ il salotto verde ed elegante di Genova. I Parchi di Nervi, a cui si accede sia dalla passeggiata che dal centro cittadino, occupano una superficie di 92000 metri quadri tra la via Aurelia e il mare e ospitano un centinaio di specie botaniche, tra cui palme e cedri; inoltre ci sono 5 alberi di interesse monumentale, un magnifico roseto (restaurato nel 2012 e suddiviso in aree che raggruppano rose antiche, moderne e da concorso, vanta la presenza di oltre 200 varietà di piante) e alcuni musei, allestiti dentro a ville storiche, oggi di proprietà comunale . La prima villa che si incontra partendo dal centro città è Villa Gropallo: ristrutturata alla metà dell’800 dal marchese Gropallo come residenza di campagna, ha ospitato personalità del calibro di Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse. Oggi è sede della Biblioteca Brocchi e della Stazione dei Carabinieri di Nervi. Proseguendo verso est, superato un piccolo ponte di collegamento, si raggiunge Villa Saluzzo Serra. Il complesso, ceduto nel 1927 al Comune, dal 1928 ospita la Galleria d’Arte Moderna della città. La terza villa è Villa Grimaldi Fassio: acquistata nel 1956 dall’armatore Ernesto Fassio è stata l’ultima ad entrare tra le proprietà del Comune. Oggi ospita le pregiate Raccolte Frugone, con sculture e dipinti di diversi artisti italiani ed europei. Quest’estate il Parco sarà la cornice del Festiva di Nervi 2019.

www.visitgenoa.it

www.genovamorethanthisblog.it

 

Dall’Istria Slovena a Caporetto

Tra il Carso e l’Adriatico si sviluppa un’area straordinaria: l’Istria slovena, un microcosmo affacciato sul Mediterraneo che ha saputo conservare la propria preziosa eredità storico-culturale, rileggendola con uno sguardo internazionale e aperto sul futuro. Le influenze della presenza veneziana si fondono con echi mitteleuropei, aria di mare, vini sublimi e prezzi accessibili: tutti fattori che inducono alla scoperta di questo intrigante fazzoletto di terra dove i colori e i sapori del Mediterraneo abbracciano quelli della Mitteleuropa. Pirano è una sottile penisola che si allunga verso il mare con una storia scolpita nel candore splendente del sale: una città legata indissolubilmente all’Adriatico che con il suo sale, l’oro bianco di Pirano, ne ha determinato la fortuna e una grossa fetta della sua storia. Una visita consigliata è quella all’allevamento di branzini Fonda: non intensivo e sostenibile, è gestito da Irina e Goraz, una coppia di biologi che organizzano corsi di cucina dove si può imparare a riconoscere il pesce fresco, a sfilettarlo e a metterlo sotto sale. 150 km, con tappa facoltativa alle grotte di Postumia, vi portano a Caporetto. Tristemente famoso per una battaglia epocale studiata sin dalle elementari, oggi è l’epicentro di una grande regione montana dedicata agli sport: con servizi di livello europeo, offre più di una meta da esplorare e, se si ha voglia, tra un trekking e un rafting, una sana biciclettata in mtb o su strada, si può ripassare una mesta pagina di Storia visitando il museo locale (kobariski-muzej.si). Come colonna sonora delle due ore in macchina che dividono Pirano da Caporetto si può cercare un cd antologico con le canzoni che hanno vinto la Slovenska Popevka, ovvero il Festival di Sanremo sloveno. Una rassegna musicale che ha storicamente avuto un implicito valore di identificazione per un popolo -quello sloveno- che, pur avendo abbracciato (e, per un lungo periodo, con una larga e condivisa adesione) la causa della Repubblica Federativa Socialista Jugoslava, non poté in qualche misura non sentirsi un po’ ai margini, dissimile per lingua e cultura dall’artificioso serbo-croatismo incarnazione di unità. Invece a Topolò – Topolove, enclave slovena in territorio italiano (23 km da Caporetto), sventola la bandiera dell’internazionalismo. E’ un borgo montano di trenta abitanti sull’estremo confine italo-sloveno, nelle Valli del Natisone, che ogni anno nel mese di luglio diventa un crocevia di incontri e scambi culturali degni di una capitale (stazioneditopolo.it). Isolato, posto alla fine della strada, da sempre ultima frontiera di mondi contrapposti, Topolò ha subito nei secoli le intemperie della Storia, acuitesi nel secolo passato quando fu uno dei teatri della battaglia di Caporetto. Oggi registi, musicisti, scrittori, fotografi, performers e uomini di scienza provenienti da tutto il mondo vengono ospitati nelle case del paese e confrontano la loro ricerca con la molteplice realtà del luogo. Senza bandiere è anche “la cartolina per l’Adriatico mare d’Europa”, un’iniziativa targata Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa , una testata giornalistica on-line. E’ una cartolina elettronica che, come si faceva in passato, circolerà per segnare un momento importante. Realizzata dall’illustratore Gabriele Musante, ricordando che nel 2020 Fiume sarà Capitale europea della cultura, vuole ribadire la pregnanza europea dell’Adriatico.

Info: https://www.slovenia.info/it

La guida delle libere viaggiatici

 

Una puntata il cui titolo è mutuato da una guida per donne che amano viaggiare liberamente e in modo sicuro, da sole o in compagnia. Una selezione di viaggi, mete ed esperienze con un’anima femminile, uniche ed originali, in Italia e nel mondo. Dall’India al Madagascar, dalla Terra del Fuoco alla Sicilia, da Berlino all’Himalaya: 50 “avventure da non perdere”. Cammini nella natura, percorsi alla ricerca del silenzio o del cambiamento interiore, sfiziosi soggiorni enogastronomici, raffinati itinerari culturali, esperienze con le contadine e le artigiane nel Sud del mondo, workshop per riappropriarsi del saper fare, imprese sportive per tutti e perfino shopping intelligente. Ma soprattutto incontri con le comunità ospitali e lo straordinario “capitale umano” femminile del turismo responsabile: guide d’arte e di natura, imprenditrici agricole, direttrici di musei, manager di tour operator e altre protagoniste di “filiere virtuose”, che valorizzano la cultura e le tradizioni locali. Le risorse e gli strumenti per viaggiare tranquille, dalle App più sofisticate alle comunità globali di donne.

In studio Iaia Pedemonte, una delle autrici del libro, nonché ideatrice diGender Responsible Tourism, un sito nato per ovviare alla mancanza di una vetrina che desse visibilità alle esperienze di turismo al femminile, valorizzando in particolare le protagoniste del circuito etico e responsabile. In collegamento telefonico l’antropologa e scrittrice Elena Dak , la geologa e guida ambientale Irene Zembo e le Mariposas de Sardiniale quattro ragazze con base in Marmilla che accompagnano i viaggiatori di Radio Popolare in Sardegna.

 

Bruxelles: città d’arte e meticcia

Bruxelles è una città ricca di musei e dallo scorso dicembre uno imperdibile è l’AfricaMuseum, il Museo reale dell’Africa Centrale a Tervuren nella periferia cittadina. Considerato il più grande museo del mondo consacrato al continente africano, era stato pensato in epoca coloniale come mezzo di propaganda per osannare i meriti della monarchia nella colonizzazione belga di Congo, Ruanda e Burundi. Nella nuova versione la storia coloniale viene finalmente raccontata in tutta la sua violenza grazie a foto e documenti di appoggio all’utente. Inoltre sono state aggiunte sezioni sull’Africa centrale contemporanea che riguardano rituali, cerimonie, musica e le lingue dell’Africa centrale. L’Africa a Bruxelles la si può incontrare anche in quartieri come Matongè e Molenbeek. Il primo prende il nome da una vivace area di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, ed è nato alla fine degli anni ’50 con l’afflusso di studenti congolesi in Belgio, trasformandosi in un autentico quartiere africano dopo che il Congo conquistò la sua indipendenza nel 1960. E’ lungo la Chaussée de Wavre, a pochi passi da una delle più costose vie dello shopping di Bruxelles, Avenue Louise. Molenbeek, diventato tristemente famoso in seguito agli attentati che hanno colpito il cuore dell’Europa, è invece un’area di fortissima immigrazione magrebina ed è conosciuta come “Molenkech”, ovvero la “Piccola Marrakech” di Bruxelles. Diversa la storia di Les Marolles, una sorta di borgo nella città, dove si parla ancora un dialetto stretto e sopravvivono le botteghe di una volta. Conosciuto per la presenza di mercatini, caffè e ristoranti regala da sempre uno spaccato dell’anima popolare della città anche se, secondo i brussellesi doc, da qualche anno si sta ‘sablonizzando’ (Sablon è un quartiere borghese prossimo a Les Marolles) e la gentrificazione è incombente. Il quartiere è una delle tappe da percorrere se si vuole conoscere la geografia del versatile pittore e incisore fiammingo Pieter Bruegel (generalmente indicato come il Vecchio per distinguerlo dal figlio primogenito). Se al Museo Reale di Belle Arti del Belgio si può visitare la collezione permanente delle opere di Bruegel (ma anche, grazie al progetto “Bruegel, Unseen Masterpiece”, una mostra virtuale che con 9 schermi interattivi permette ai visitatori di scoprire i dettagli delle opere del maestro) in occasione del 450° anniversario della sua morte prolificano le occasioni, anche originali, per entrare nel mondo di un artista di cui si hanno informazioni scarse e lacunose, talvolta contraddittorie. Il Bozar, in collaborazione con la Biblioteca Reale del Belgio, ha allestito “Prints in the age of Bruegel” (chiusura 23 giugno): una ricca esposizione dedicata alle arti grafiche del XVI secolo nei Paesi Bassi meridionali con incisioni e xilografie di Pieter Bruegel ed artisti a lui contemporanei. La mostra “The World of Bruegel” nel museo open air Bokrijk, attraverso la Realtà Aumentata, propone un’esperienze immersiva nella metà del XIV secolo, tra edifici e oggetti che sembrano usciti proprio da uno dei quadri dell’artista. Con “Feast of Fools: Bruegel rediscovered” (chiusura 28 luglio) all’interno del Castello Gaasbeek e nei suoi giardini sono esposte tele di artisti che tra le due Guerre Mondiali e nel dopoguerra si sono ispirati alle suggestioni pittoriche di Bruegel. Per esplorare i paesaggi brabantini nella regione del Pajotteland, che l’artista ha immortalato nei suoi dipinti, si può percorrere a piedi o in bici la mostra-tour “Bruegel’s eye: Reconstructing the landscape” (chiusura 31 ottobre): la personale reinterpretazione del lavoro di Bruegel di 10 artisti contemporanei

 

 

 

Info: VISITFLANDERS – Ente del Turismo delle Fiandre Piazza S.M. Beltrade 2, I-20123 Milano www.visitflanders.com/it

Visite guidate a Matongè con l’associazione culturale Kuumba (ch de Wavre 78): www.kuumba.be

Per scoprire Molenbeek in bicicletta e per approfondimenti sul progetto molemBIKE: http://molembike.be/

Dolomiti senza Confini

MANIFESTO Dolomiti senza confiniE’ un progetto nato dal sogno che le Dolomiti non siano più una barriera ma un luogo d’incontro e amicizia. E’ un Alta Via che collega ben 12 percorsi attrezzati di elevato valore alpinistico e storico che si sviluppano a cavallo tra l’Italia e l’Austria, tra il Cadore e la Pusteria, dalle Tre Cime di Lavaredo alla Val del Gail. La “Dolomiti senza Confiniinfatti consente di attraversare luoghi significativi della Grande Guerra con trincee e gallerie. Un percorso di pace sui luoghi della guerra. Una Alta Via dove gli appassionati di montagna di qualsiasi nazionalità possono incontrarsi per coltivare quell’amicizia che su queste montagne fiorisce più in fretta, ha i colori dell’arcobaleno e profuma di futuro.

Il progetto prevede, attraverso la sistemazione di alcune vie ferrate, di creare un’unica area transfrontaliera dedicata all’escursionismo di alta montagna. L’intervento porterà alla creazione nell’area Dolomiti Live a un percorso alpinistico che consentirà di unire realmente le tre aree superando così le barriere amministrative e nazionali che lo dividono. Parte integrante del progetto sarà inoltre l’attività di comunicazione e promozione delle vie attrezzate a cui parteciperanno fattivamente tutti e tre i Partner (Alpenverein Austria, Associazione Turistica Sestoe Provincia di Belluno). Nelle aree interessate al progetto durante la prima guerra mondiale furono realizzate, dall’esercito Italiano e Austriaco, dei percorsi attrezzati sul Monte Paterno, Torre Toblin, Cima Undici, Croda Rossa di Sesto, Monte Cavallino.

Successivamente quanto rimasto di queste opere è stato trasformato in percorsi attrezzati di interesse storico, turistico ai quali sono stati affiancati di nuovo.

L’area progetto attualmente offre opportunità di accessibilità non uniformi, infatti mentre le vie attrezzate in Pusteria e nell’Osttirol non necessitano di interventi strutturali di risanamento e messa in sicurezza, quelle in area alto bellunese presentano alcune criticità da superare per offrire effettivamente agli amanti della montagna un’unica zona escursionistica ampia e articolata con differenti percorsi attrezzati.

Ne parliamo con Marco Albino Ferrari, direttore scientifico di Meridiani Montagne, che dedicherà un numero a questo tema. Con Bepi Monti, gestore del Rifugio Carducci, uno dei 17 rifugi coinvolti nel progetto. E con Fausto De Stefani, uno tra i più forti alpinisti italiani, capace di scalare tutti i quattordici Ottomila in stile alpino, ma anche persona di grande spessore umano.

Valle d’Itria

 

La Valle d’Itria accoglie il visitatore con distese di ulivi senza eguali (*), alberi nati da una terra rossa che profuma e rende il panorama un susseguirsi di effetti cromatici meravigliosi. E’ la meta ideale di un turismo lento, che consenta di entrare anche spiritualmente in contatto con il territorio. Spiritualità che ha uno dei suoi ‘templi’ nel Centro Bhole Baba, un ashram aperto quarant’anni fa sulla collina di contrada Portarino, appena fuori Cisternino, grazie all’impegno di alcuni devoti del maestro indiano Mahavatar Babaji. Qui abbiamo incontrato Shiva Das, che ci ha raccontato il percorso con cui un proto hippie veneto innamorato dell’India è diventato un Baba. L’ashram oggi fa bella mostra di sé tra trulli e muretti a secco bianco latte. Muretti che delimitano appezzamenti agricoli su cui ieri si spaccavano la schiena contadini pugliesi, oggi rimpiazzati dagli immigrati dal sud del mondo. Una quotidianità che ha partorito una cultura contadina che si è (e si deve) misurare spesso con una miseria profonda. Un universo che Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie di una terra generosa e allo stesso tempo avida, ha raccontato nelle sue canzoni. Considerato un maestro e apprezzato da artisti come Renzo Arbore e Vinicio Capossela, Matteo Salvatore è stato protagonista di una vita rocambolesca e tragica e i suoi brani risuonano tutt’oggi nell’immaginario collettivo popolare. “Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare”: ha sentenziato lo scrittore Italo Calvino. La cucina pugliese, da parte sua, ha trasformato in tesori gastronomici quello che i contadini hanno saputo ricavare dalla terra di Puglia e Mimmo Lo Puzzo, del ristorante Le Chicche di zia Rosa (Via Tarantini 6, Cisternino) ci presenta alcuni di questi tesori. Un tour gastronomico che continua, sempre a Cisternino in un panificio a legna vecchio di 200 anni, al Caseificio Conte, al frantoio D’Amico (Contrada Tesoro 25, Strada Provinciale 17) e nella pasticceria Palazzo (Corso Umberto I, 1). Per smaltire il tutto niente di meglio che una partita con gli anziani del paese a Spacca Chiange (spacca pietra), uno sport tradizionale praticato tutte le mattine, da oltre 100 anni, in piazza Garibaldi. Ancora più ‘antiche’ le piante che troviamo al Conservatorio Botanico I giardini di Pomona. E’ un frutteto dove la biodiversità gemma nelle mille e più – letteralmente – varietà di piante da frutto antiche provenienti da tutto il mondo, molte delle quali salvate dall’estinzione. La cooperativa Serapia invece organizza delle escursioni in bicicletta nel Parco Regionale delle Dune Costiere, tra masserie e ulivi millenari. Per tirare il fiato niente di meglio che un concerto al Locusfestival a Locorotondo, uno degli eventi più importanti dell’estate pugliese (27 luglio – 14 agosto).

 

 

Ulteriori info e fotofografie sul blog Oltre il Balcone.

(*) “… distese di ulivi senza eguali…” che però sono minacciati dalla Xylella e dal maltempo. Per fare un punto della situazione: clicca qui.

I nuovi rifugi alpini

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“Questo particolare tipo di edificio ha origini e sviluppo che si accompagnano al nascere e allo svolgersi dell’alpinismo e alla fondazione delle grandi società alpine. Dopo un primo periodo di costruzioni rudimentali, fino dagli ultimi anni dell’800 si venne sviluppando tutta una particolare tecnica della costruzione dei rifugi: la quale riguarda in primo luogo la loro costituzione organica, planimetrica e altimetrica, in vista di assolvere ai diversi compiti loro assegnati (in base alla differenziazione dell’alpinismo, alla capienza desiderata, ai diversi modi di gestione, ecc.); in secondo luogo la scelta dell’ubicazione specifica (in base agli obiettivi alpinistici proprî di ciascuno, alle zone montane ed agl’itinerarî cui servono, alla salvaguardia dalle offese esterne, ecc.); in terzo luogo la conformazione delle loro singole parti, tale da prestarsi al buon funzionamento nel particolare ambiente. Circa il primo punto è da notare che recentemente il grandioso estendersi dell’alpinismo in ogni classe sociale e la sua sempre maggiore differenziazione hanno originato vari tipi di rifugi”. E’ la definizione che l’enciclopedia Treccani dà del “Rifugio Alpino”, una struttura che recentemente è stata ripensata a tal punto che fioriscono rifugi di nuova concezione. Importante sottolineare che per ”Nuovi Rifugi” non bisogna intendere la semplice edificazione ex novo di punti d’appoggio o il ripristino di vecchi edifici in alta quota divenuti obsoleti. Per “nuovo” ha da intendersi un ripensamento più ampio su come l’uomo possa presidiare la natura in condizioni estreme : contenimento dei consumi, compatibilità ambientale, facilità di messa in opera. Ne parliamo con Marco Albino Ferrari, direttore scientifico di Meridiani Montagne (il numero 97 della rivista è dedicato proprio ai “Nuovi Rifugi Alpini”), con Roberto Dini di Cantieri Alta Quota e l’archietetto Giacomo Borella dello Studio Albori.

Trieste tra mare e montagna

Castello di Miramare tra mare e montagna

Trieste è una città relegata ai margini dell’Italia. E’ la fine dell’Ovest, ma è anche una porta verso l’Oriente. Lo sanno anche i cinesi che hanno deciso di puntare su un grande terminal nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia per fare entrare in Europa le loro merci. Ne parliamo con Luigi Nacci, scrittore triestino, ma anche guida naturalistica. Uno che, per dirlo con parole sue, “interroga il paesaggio e dal paesaggio si fa interrogare”. Riflessioni, le sue, che partono dall’irrisolto quesito se Trieste sia o meno una città di mare. In effetti il mare le entra dentro, ma ha anche la montagna -il Carso- che la preme alle spalle. A tal proposito la camminatrice Fanny Marchese ci racconta delle impressioni avute nel recente trekking intorno a Trieste, mentre Carlo Moretti, CEO di Houseboat (houseboat.it), ci racconta delle escursioni che si possono fare nelle lagune di Marano, Grado e Caorle. Trieste è anche una città dove parole come cosmopolitismo e tolleranza sono vere da secoli, da quando nel 1719 Carlo VI d’Austria elesse la città a Porto Franco, attivando traffici e commerci che avrebbero attratto popoli di varia provenienza. A proposito di commerci quello del caffè è stato (ed è anche oggi) uno dei più importanti. La storia inizia nel 1683 a Vienna quando il Gran visir dell’Impero ottomano, Kara Mustafa, fuggì con il suo esercito dalla capitale asburgica grazie all’intervento delle armate di rinforzo. I turchi, stremati dall’assedio, si abbandonarono a una ritirata disorganizzata, lasciando davanti alle mura di Vienna tende, armi, viveri e bottino. E tra quel bottino anche sacchi di caffè. Il turco kahve (tradotto come “vino” o “bevanda eccitante”) affascinò il palato austriaco al punto da cominciare ad essere importato in grandi quantità nell’impero. Gli aromatici chicchi venivano trasferiti in Europa da Alessandria d’Egitto, e il porto più adatto a conciliare, con la sua posizione, realtà orientali e occidentali era proprio quello di Trieste. Storie come queste sono raccontate in libri che si possono trovare in botteghe come la libreria antiquaria che fu di Umberto Saba (Via S. Nicolò 30). Di lei, in “Storia di una libreria”, Saba nel 1948 scrisse che sono più fiero di questo (posto) che del Canzoniere; il Canzoniere fu un dono della natura, la Libreria è nata da un mio sforzo”. Ce lo ricorda Mario Cerne, figlio di Carletto, il commesso di Umberto Saba, che da anni ha rilevato la storica libreria. Cerne ci dice anche che Saba era una persona ‘selvatica’, proprio come molti dei suoi abitanti. E di questo essere un po’ orsi dei triestini parla anche Luigi Nacci nel suo libro di imminente pubblicazione “Trieste Selvatica” (Laterza edizioni).

Info https://www.turismofvg.it/

Blog Luigi Necci https://nacciluigi.wordpress.com/

Teranga senegalese

 

Impossibile andare in Senegal e tornare a casa senza aver capito cosa significa la parola “teranga”. Per chi non c’è stato si può dire che la teranga è considerata una forma di ospitalità, ma nei fatti in Senegal rappresenta molto più di questo. La teranga è una virtù. L’ospitalità è accoglienza, ma l’ospitalità può anche essere un attenzione fornita a fini fittizi, di immagine. La teranga invece non ha finalità di immagine, è reale attenzione. E’ rispetto, cortesia, gioia e rappresenta anche il piacere di ricevere un ospite nella dimora personale. Ne parliamo con tre ospiti. La prima è Chiara Barison, giornalista italiana che a Dakar lavora in una delle televisioni del Groupe Futur Media (GFM), di proprietà del musicista Youssou N’Dour. Trentottenne veneta, Chiara da cinque anni si è trasferita nel Paese africano e – dopo aver aperto un blog (https://blog.libero.it/Dakarlicious/)– si è ritrovata catapultata nel piccolo schermo e, da lì, nelle case di migliaia di senegalesi. Una migrazione al contrario la sua – rispetto alle “rotte” solitamente raccontate dai media europei – che risulta però molto più frequente di quanto si immagini: sono, infatti, migliaia i giovani europei che, in questi ultimi anni, hanno cercato fortuna nel continente africano. Anche se, come racconta Chiara, per avere successo occorrono impegno, formazione e sacrificio. La seconda ospite è Yassin, una giovane ragazza italiana cresciuta a Milano, figlia di una coppia italo-senegalese, che ci racconta come vive la teranga quando va in Senegal… Ma ci racconta anche del suo lavoro con i migranti allo Sprar di Caserta (www.csaexcanapificio.it), una struttura sotto attacco dal ministro Salvini (tre settimane dopo la nostra trasmissione la sede dell’associazione che gestisce lo Sprar di Caserta, il centro sociale Ex Canapificio -un’associazione che assiste 200 migranti suddivisi in venti appartamenti- è stata sequestrata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere). Del suo concetto di teranga ci parla anche Modou Gueye, senegalese da anni trapiantato a Milano, oggi attivo nell’esperienza di Cascina Casottello (www.cascinacasottello.it), una ex cascina rurale riaperta nell’estate 2018 nel quartiere periferico di Corvetto (metro 3 – fermata Porto di Mare), e, grazie all’impegno dall’associazione Sunugal e della cooperativa sociale Fate Artigiane, diventata velocemente un riconosciuto polo culturale, artistico e gastronomico della Milano che vuole costruire ponti e non muri…

Un grazie per questa puntata ad Elisabetta Yankovic

 

In Trentino a Febbraio

Di questi tempi, per molti amanti della montagna invernale, la mitica settimana bianca da ‘giocarsi’ in febbraio è ormai solo un ricordo vintage, ma a qualche incursione mordi e fuggi non si può proprio rinunciare. In Trentino le proposte non mancano. Trentino Ski Sunrise, grazie alle aperture degli impianti anticipate di qualche ora (di solito verso le 6 del mattino), consente di arrivare sulle piste da sci prima di tutti. L’ impianto di risalita porta in quota lo sciatore, in un punto di vista privilegiato dal quale si possono ammirare le luci chiare e rosate dell’alba che, a poco a poco, infuocano il panorama. A seguire una colazione stratosferica con pane caldo appena sfornato, marmellate artigianali, torte profumate, oltre a latte, yogurt, cereali croccanti e l’immancabile caffè. Ma anche prelibatezze salate, come i salumi e gli insaccati locali, i saporiti formaggi e le uova energetiche. Chi non calza gli sci può puntare sui sentieri che portano al Santuario di San Remedio, un luogo di pellegrinaggio, costruito su una rupe calcarea alta oltre 70 metri. Immerso in una splendida cornice naturale, il complesso architettonico è formato da più chiese e cappelle costruite sulla roccia. L’intera struttura è collegata da una ripida scalinata con ben 131 scalini. La cappella più antica dell’edificio risale all’XI secolo, nel corso dei secoli sono state erette altre tre piccole chiese, due cappelle e sette edicole della Passione. Il complesso è dedicato a un santo, San Romedio, su cui circolano svariate leggende. La più nota è sicuramente quella che riguarda un orso. Si narra che l’eremita Romedio ormai anziano era diretto a cavallo a Trento, per incontrare il Vescovo, ad un certo punto il cavallo viene sbranato da un orso, ma Romedio sarebbe riuscito a rendere mansueto l’orso cavalcandolo fino a Trento. Ottimo pretesto per fare un punto sulla situazione degli orsi selvatici nei boschi del Trentino. Per brindare alla salute di questi plantigradi, augurando loro lunga vita, si può brindare al Maso Panizza di Sopra presso l’Azienda Eredi Cobelli (cobelli.it). La sua Schiava è ottima e la vista sulla Piana Rotaliana strepitosa…

N.B. Dopo avere ascoltato la puntata di Onde Road sulla coltivazione delle mele in Val di Non (blogs.radiopopolare.it/onderoad/?p=3562) un comitato territoriale che da anni lotta contro l’uso dei pesticidi in agricoltura ci ha chiesto un intervento che ovviamente ospitiamo volentieri.

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Mele e ghiaccio Trentino

 

 

La Val di Non è la valle delle mele, molte delle quali coltivate da agricoltori che fanno riferimento al consorzio Melinda (melinda.it). E’ un’azienda con più di 1100 dipendenti che recentemente ha ha iniziato a immagazzinare le mele in celle ipogee. L’idea dello stoccaggio delle mele in una ex miniera nasce dall’idea di una azienda leader nella produzione di materiali per l’edilizia e per il restauro come Tassullo (tassullo.it) di sviluppare nel corso del 2014, le proprie cave ipogee, consentendo così a Melinda di realizzare il primo magazzino al mondo sotterraneo in atmosfera controllata. Sono state le peculiarità di questa parte del Trentino a favorire la nascita di questo futuristico magazzino: un sistema geologico, quello di Tuenetto di Taio in Val di Non, dalle caratteristiche uniche al mondo, ricco di opportunità nascoste nel sottosuolo. Gli aspetti ambientali e paesaggistici del nuovo magazzino sono numerosi, a partire dai benefici al processo di frigoconservazione con l’eliminazione degli isolanti artificiali e dall’azzeramento dei consumi di acqua a scopo industriale di cui gli impianti frigo tradizionali necessitano. Un colpo importante anche alla occupazione di suolo, nel pieno rispetto del territorio e del paesaggio, evitando la costruzione di nuovi volumi su oltre 10.000 metri quadrati di superficie, rimanendo al servizio dell’agricoltura e della comunità locale. Inoltre le celle ipogee garantiscono un consumo di energia di circa il 60-80% in meno rispetto ad un impianto tradizionale di conservazione delle mele. Ovviamente le mele della Val di Non non sono targate solo Melinda, e noi per fare il punto sui piccoli agricoltori indipendenti, abbiamo sentito Caterina Bonetti, titolare dell’Azienda Agricola Biomela (biomela.eu) di Sporminore, nella bassa valle.

Percorrendo tutta la Val di Sole, per poi raggiungere a 2600 mt d’altezza i piedi del ghiacciaio Presena, si incontra la sala da concerto più alta d’Europa. E’ il teatro-igloo dove si svolge l’Ice Music Festival (valdisole.net/it/Ice-Music): una rassegna musicale dove, come strumenti, vengono utilizzati solo quelli costruiti con il ghiaccio dall’americano Tim Linhart, uno scultore-liutaio che in Lapponia ha perfezionato l’arte di far suonare proprio il ghiaccio…

www.visitvaldinon.it www.valdisole.net www.visittrentino.info

4810: il Monte Bianco

– L’icona delle Alpi non è il Monte Bianco, ma il Cervino. Se chiediamo a un cinese o a un russo di dirci il nome di una montagna delle Alpi citerebbero il Cervino. Ma il Bianco, oltre all’altezza, ha qualcosa in più del Matterhorn. Di cosa si tratta ce ne parla Paolo Paci nel libro “4810 il Monte Bianco, le sue storie, i suoi segreti” (Corbaccio Editore) in cui racconta le storie degli uomini che hanno ‘vissuto’ questa montagna. A partire dal signor Prospero, sua moglie Serafina e sua figlia Giuditta. Una famiglia la cui storia è legata al vecchio Pavillon, il più antico rifugio custodito delle Alpi… Alexander Burgener e Patrick Gabarrou, due guide divise, anagraficamente, da più di 100 anni ma unite proprio per le loro imprese sul Mont Maudit, famso tra gli alpinisti per i suoi tre possenti pilastri addossati l’uno all’altro… Edward Whymper, un alpinista inglese che si divertiva a sbeffeggiare i colleghi francesi… Achille Ratti (poi divenuto Pio XI) alle prese, seppur in discesa, con il Miage, un’autostrada pietrosa per coloro che amano fare molta fatica. Storie che ci fanno capire che non è vero che il Monte Bianco sia la montagna più conosciuta di tutto l’arco alpino, più più la si frequenta e più si scopre che è piena di angoli nascosti.

Lo scittore Marco Albino Ferrari si sofferma inoltre su Courmayeur, su cos’era negli anni ’50 e cosa è oggi che è diventato un paese che grazie alle entrate nette dell’Imu delle seconde case (circa otto milioni di euro) è il comune sopra i mille abitanti più ricco d’Italia..